Le retribuzioni contrattuali continuano a crescere e il ritmo resta sotto il 3% ma la fotografia Istat di marzo racconta solo una parte della stagione salariale in corso. Alla fine del primo trimestre 2026, infatti, risultano 4,1 milioni di dipendenti ancora in attesa di rinnovo, con una Pubblica Amministrazione formalmente scoperta sui contratti in vigore per la parte economica. Quel dato, però, va letto insieme alla nuova tornata dei rinnovi dei CCNL con aumenti di stipendio, perché nel secondo trimestre alcune partite pubbliche si sono già mosse e altre sono entrate nel negoziato 2025-2027.
- Retribuzioni contrattuali Istat al 2,4% a marzo
- Contratti scaduti, la fotografia si ferma al 31 marzo
- PA tra rinnovi recepiti e nuova tornata
- Istruzione e Ricerca fuori dalla rilevazione
- Il settore privato recupera posizioni
- Il Decreto Primo Maggio spinge sui rinnovi
- Dal lordo contrattuale allo stipendio netto
Retribuzioni contrattuali Istat al 2,4% a marzo
Secondo l’Istat, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie aumenta a marzo dello 0,1% rispetto a febbraio e del 2,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Nella media del trimestre gennaio-marzo, la crescita arriva al 2,6% sullo stesso periodo del 2025.
Il dato misura la parte della retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali: minimi tabellari, aumenti stabiliti dai rinnovi e voci contrattuali recepite negli indici. Restano fuori premi aziendali, straordinari, welfare, indennità variabili e differenze prodotte dalla contrattazione di secondo livello.
| Indicatore Istat | Dato a marzo 2026 |
|---|---|
| Retribuzioni contrattuali orarie | +2,4% su marzo 2025 |
| Media gennaio-marzo | +2,6% sul primo trimestre 2025 |
| Pubblica Amministrazione | +3,2% annuo |
| Industria | +2,3% annuo |
| Servizi privati | +2,3% annuo |
Contratti scaduti, la fotografia si ferma al 31 marzo
A fine marzo, i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica sono 46 e coprono circa 9 milioni di dipendenti, pari al 68,8% del totale. La copertura è molto diversa tra privato e pubblico: nel settore privato arriva all’87,9%, mentre nella Pubblica Amministrazione risulta pari a zero nella rilevazione Istat.
Questo dato non significa che i dipendenti pubblici siano privi di trattamento contrattuale o di aumenti già riconosciuti. Significa che, alla data del 31 marzo, i rinnovi pubblici recepiti negli indici riguardano ancora il triennio 2022-2024 e risultano quindi già scaduti per la parte economica.
PA tra rinnovi recepiti e nuova tornata
Nel primo trimestre Istat ha recepito sette contratti: cinque dell’industria, uno dei servizi privati e uno della Pubblica Amministrazione relativo al triennio 2022-2024. Nel dettaglio della copertura contrattuale, il contratto pubblico indicato tra gli accordi acquisiti riguarda Regioni e autonomie locali.
Il riferimento va quindi collegato al rinnovo del CCNL Funzioni Locali 2022-2024, firmato a febbraio e in fase di assorbimento negli enti territoriali. L’effetto entra nella dinamica salariale della PA, ma non chiude la nuova stagione negoziale.
La nuova tornata è già aperta: per gli enti territoriali è partito il negoziato sul contratto Enti Locali 2025-2027 con aumenti medi da 135 euro. Questo passaggio va tenuto separato dal dato Istat di marzo, perché riguarda una fase successiva e non ancora recepita negli indici del primo trimestre.
Istruzione e Ricerca fuori dalla rilevazione
La cautela vale anche per il comparto Istruzione e Ricerca. L’aggiornamento Istat si chiude al 31 marzo, mentre la firma all’ARAN dell’ipotesi economica 2025-2027 è arrivata il 1° aprile. Questo significa che gli aumenti del nuovo accordo non possono essere letti dentro il dato di marzo.
Il nuovo CCNL Istruzione e Ricerca 2025-2027 apre una fase diversa, con aumenti a regime dal 2027, arretrati dal 2025 e tabelle differenziate per scuola, università, AFAM ed enti di ricerca. Per questo il pezzo Istat deve distinguere tra contratti già acquisiti nelle statistiche e rinnovi successivi alla rilevazione.
Il settore privato recupera posizioni
Nel settore privato, la quota di dipendenti con contratto scaduto scende a poco più di uno su dieci. I contratti in attesa di rinnovo coinvolgono 1,2 milioni di lavoratori privati, contro 2,8 milioni nella Pubblica Amministrazione.
Tra i settori con gli aumenti tendenziali più elevati si trovano energia e petroli, con un incremento del 7,7%, estrazione di minerali al 7,4% e servizio smaltimento rifiuti al 5,7%. L’incremento è invece nullo per le farmacie private, a conferma di una dinamica salariale molto diversa tra comparti.
Il Decreto Primo Maggio spinge sui rinnovi
Il dato Istat sui contratti scaduti si intreccia con le misure del Decreto Primo Maggio. Per i CCNL scaduti da almeno dodici mesi, il decreto introduce un adeguamento transitorio collegato al 30% della variazione IPCA, pensato per evitare che le trattative ferme troppo a lungo blocchino del tutto gli aumenti in busta paga.
Per i lavoratori coinvolti, la novità è l’aumento IPCA in busta paga per i CCNL scaduti. Per le imprese, invece, la misura si affianca alla disciplina sul salario giusto, che lega gli incentivi alle assunzioni al trattamento economico previsto dai contratti comparativamente più rappresentativi. La stessa linea si ritrova nella riorganizzazione dell’archivio CNEL dei contratti collettivi, che rende più leggibile il rapporto tra codice contratto, settore, rappresentatività e trattamento economico. Il dato statistico sui rinnovi diventa così anche una leva di trasparenza per buste paga, annunci di lavoro e controlli sugli incentivi.
Dal lordo contrattuale allo stipendio netto
Gli aumenti delle retribuzioni contrattuali sono valori lordi e non coincidono automaticamente con lo stipendio netto. Il risultato in busta paga dipende da contributi, IRPEF, addizionali regionali e comunali, detrazioni, tredicesima e profilo familiare.
Per stimare l’effetto di una nuova RAL o di un aumento tabellare si può usare il calcolatore dello stipendio netto, aggiornato alle regole fiscali applicabili.