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Fase 2: in lockdown i lavoratori più fragili

di Barbara Weisz

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La fase 2 allarga la forbice dell'instabilità lavorativa, ancora in lockdown i lavoratori con stipendi più bassi e contratti precari, sale il divario di genere: indagine INPS - INAPP.

Donne, precari, giovani, lavoratori di piccole imprese: sono le categorie di lavoratori per i quali il lockdown continua anche dopo il 4 maggio, mentre come visto la fotografia di coloro che hanno ripreso a lavorare vede una netta maggioranza di lavoratori a tempo indeterminato, maschi, over 40. I dati sono contenuti in uno studio INPS-INAPP sui settori per i quali prosegue il lockdown Coronavirus, in base al quale nei settori ancora bloccati i livelli medi dei salari annui e settimanali sono inferiori rispetto a quelli degli addetti ai settori che hanno ripreso l’attività. Il differenziale è pari al 127% sullo stipendio annuo, e al 43% sulla paga settimanale. Il gap fra i due dati si spiega con l’instabilità lavorativa che caratterizza i diversi settori lavorativi, con un numero di settimane annue lavorate molto diverso: 19 contro le 31 nei settori essenziali.

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Una delle prime evidenze riguarda l’analisi di genere. Mentre il lockdown generale, previsto dal Dpcm dello scorso 22 marzo, aveva visto una distribuzione in questo senso relativamente omogenea (le donne rimaste a casa reappresentavano il 42-32% della forza lavoro bloccata), dal 4 maggio la forbice si è invertita e parecchio allargata: le donne ancora in lockdown sono il 56%. Lo stesso andamento se si considera la tipologia dei contratti (fra coloro ancora bloccati salgono i lavoratori in parti-time e i contratti a termine), l’età (sono ancora a casa soprattutto i giovani). Infine, le dimensioni d’impresa: come è facile immaginare, vista la composizione dei settori che ancora non hanno ripreso (commercio, ristorazione, turismo, accoglienza), l’incidenza delle piccole imprese è elevata, salendo al 46% contro il 18% dei settori essenziali. Ecco i dati in tabella:

«Questa comparazione – si legge nel report – ci permette pertanto di concludere che se già a seguito del DPCM del 22 marzo i lavoratori bloccati presentavano caratteristiche di fragilità all’interno del mercato del lavoro, a seguito del DPCM del 26 aprile tale situazione di fragilità nei settori bloccati è fortemente aumentata, con incidenza decisamente più elevata nei settori bloccati di donne, contratti a tempo determinato e part-time, giovani, stranieri, e lavoratori di piccole imprese.

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Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, le regioni che dopo il 4 maggio presentano una maggiore incidenza dei settori essenziali sono Lombardia (85%), Piemonte (85%), Veneto (83%), Emilia Romagna (83%), mentre si rileva minore incidenza in Sardegna (74%), Puglia (76%), Calabria (75%), Valle D’Aosta (72%). Non c’è una chiara corrispondenza fra l’incidenza regionale dei settori essenziali dopo il 22 marzo e quella dopo il 4 maggio. Ci sono regioni che avevano livelli di settori attivi non molto distanti dalla media nazionale dopo il 22 marzo, come il Veneto, che invece aumentano il divario rispetto al quadro nazionale dopo il 4 maggio. Al contrario regioni come la Calabria e la Sardegna vedono diminuire dopo il 4 maggio la distanza, verso il basso, dalla media nazionale.

C’è anche una forte eterogeneità all’interno delle stesse regioni. Dopo il 22 marzo prevalevano le attività aperte nelle grandi città (Milano, Roma, Napoli, Palermo, Genova, Catania), mentre dal 4 maggio diminuisce la dinamica legata all’agglomerazione (probabilmente a causa del fatto che il settore della ristorazione e degli alloggi è maggiormente concentrato nelle grandi città).

Come detto, i lavoratori ancora in lockdown hanno in media stipendi più bassi, con un salario medio annuo pari a 7mila 805, contro i 17mila 759 euro dei settori considerati essenziali dopo il 4 maggio. La differenza è pari al 127%. Facendo poi la tara di punte più alte e salari più bassi (per esempio, relativi a rapporti di lavoro che durano pochi giorni, o settimane), e quindi paragonando i salari mediani, la differenza sale al 212% (13mila 994 euro contro 4mila 472). Considerando invece solo il salario settimanale, la differenza si attenua parecchio: al 43% quello medio (507 vs 353), al 23% quello mediano (443 vs 360).

I settori che contribuiscono maggiormente ai differenziali evidenziati sono “Alloggio e Ristorazione“, con una quota di attività bloccate dell’82%, “Attività artistiche e sportive“, totalmente bloccato, e “Altre attività di servizi“, che mostrano salari medi annuali, settimanali e ore lavorate di gran lunga inferiori rispetto ai valori nazionali. Il commercio, che pure rimane bloccato per il 25% delle attività, non influenza particolarmente i risultati perché mostra salari e ore lavorate nella media nazionale.

Il rapporto mostra poi come la strategia della fase 2 abbia privilegiato la riaperture di settori in cui il rischio contagio è più basso sia perché è più facile il distanziamento (quindi, è meno alto il cosiddetto indice di prossimità fisica), sia perché si può maggiormente ricorrere a smart working e telelavoro.

In generale, il fatto che il lockdown coinvolga soprattutto lavoratori che erano giù più fragili, «conferma un ulteriore peggioramento delle dinamiche di disuguaglianza, di povertà sul posto di lavoro (working poor), e di instabilità lavorativa. Sarà pertanto compito del policy maker garantire forme di tutela,sia nella fase acuta che durante la fase di riapertura, ai lavoratori più deboli e maggiormente colpiti dalla crisi».

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