Il Decreto Primo Maggio 2026 procede sulle misure già definite — bonus giovani, detassazioni, tutele per i rider — senza il capitolo più controverso: il governo ha infatti lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare sulla riforma della contrattazione collettiva. L’Esecutivo Meloni ha accolto a richiesta compatta di CGIL, CISL, UIL, Confindustria e Confcommercio: nessun decreto attuativo della Legge Delega 144/2023 è stato depositato. Il capitolo sulla rappresentanza sindacale e i contratti pirata viene così rinviato, con sei mesi di tempo alle parti sociali per trovare un accordo autonomo.
La delega del 18 aprile è scaduta: cosa cambia
Il 18 aprile era la scadenza della delega parlamentare che autorizzava il governo ad attuare la riforma dei salari senza passare per l’iter legislativo ordinario. Il governo ha scelto di non esercitarla: nessun decreto attuativo è stato depositato. Qualsiasi intervento futuro sulla contrattazione collettiva dovrà ora essere introdotto con legge ordinaria o decreto-legge, dopo che le parti sociali avranno avuto la possibilità di trovare un accordo.
Il 1° Maggio resta la scadenza politica per il maxi-decreto annuale sul lavoro. Le agevolazioni sulle assunzioni agevolate — a partire dal bonus giovani in scadenza il 30 aprile — non potevano aspettare: il decreto le conterrà come misura prioritaria.
Contratti pirata: l’attuazione della delega non convince
Il punto incandescente era la definizione di contrattazione collettiva di riferimento. La bozza del decreto legislativo attuativo della delega 144/2023 richiamava i contratti firmati da “organizzazioni datoriali e sindacali del medesimo settore” — una formula che sindacati e associazioni ritenevano troppo vaga.
Il rischio denunciato da tutti gli attori coinvolti (CGIL, CISL, UIL, Confindustria e Confcommercio) era che quella formulazione aprisse la strada ai cosiddetti contratti pirata: accordi stipulati da sigle sindacali minoritarie e poco rappresentative, che fissano minimi salariali e tutele nettamente inferiori a quelli dei contratti nazionali maggioritari. Anche M5S e opposizioni avevano espresso la preoccupazione che la bozza legittimasse di fatto le pratiche di sfruttamento salariale.
Il sottosegretario leghista Claudio Durigon aveva difeso l’impostazione del governo, sostenendo che il “principio di equivalenza” avrebbe consentito di escludere i contratti pirata salvaguardando al contempo il pluralismo contrattuale. Il Ministero del lavoro guidato da Marina Calderone aveva lavorato a un’ipotesi di mediazione, ma le riunioni tecniche non avevano prodotto un testo condiviso. Un tavolo ministeriale sul Turismo era stato addirittura disertato da Federturismo, Fipe Confcommercio, Assoturismo Confesercenti e Federalberghi in segno di protesta.
L’alternativa chiesta dalle parti sociali era il riferimento esplicito ai contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale — il criterio già previsto dall’articolo 51 del Jobs Act — oppure il recepimento diretto di un accordo interconfederale tra le stesse parti sociali.
La scelta del governo di lasciar scadere la delega è arrivata dopo settimane di riunioni tecniche che non avevano prodotto un testo condiviso. Le parti sociali avevano formalmente chiesto alla premier Meloni e alla ministra Calderone di fermarsi. La bozza circolante, nella valutazione della premier, avrebbe avvelenato il clima sociale senza risolvere il problema. Il capitolo rappresentanza viene ora demandato a un tavolo autonomo tra le parti, con l’obiettivo di produrre un accordo interconfederale da recepire per legge dopo l’estate.
Bonus Giovani e ZES accelerano il DL Lavoro
Il motore principale che spinge verso il decreto del Primo Maggio è una scadenza precisa: il bonus assunzioni under 35 previsto dal Decreto Coesione (DL 60/2024), prorogato dal Milleproroghe solo fino al 30 aprile 2026, cessa fra pochi giorni. Senza un nuovo provvedimento, dal Primo Maggio i datori di lavoro privati perdono l’esonero contributivo — fino al 100% se l’assunzione genera un incremento occupazionale netto, al 70% negli altri casi — con un massimale di 500 euro mensili per unità a livello nazionale e di 650 euro mensili nelle regioni della ZES Unica del Mezzogiorno. La bozza punta a rendere strutturale il bonus, eliminando l’incertezza delle proroghe trimestrali. La stessa stabilizzazione sarebbe prevista per il Bonus Donne, l’esonero contributivo per le assunzioni femminili nelle categorie svantaggiate o nei settori ad alta disparità di genere.
Straordinari, premi e fringe benefit nella bozza
Sul fronte busta paga, la bozza del Decreto Lavoro-Primo Maggio 2026 introduce — con decorrenza dal 2027 per le misure più strutturali — una serie di interventi fiscali già sperimentati nelle ultime leggi di bilancio e ora destinati a diventare permanenti. I punti principali:
- aliquota sostitutiva al 15% sulle somme erogate per straordinari, lavoro notturno e festivo, fino a 1.500 euro annui per i lavoratori con reddito inferiore a 40.000 euro;
- tassazione al 5% sugli aumenti retributivi derivanti da rinnovi contrattuali stipulati dal 2024, per i dipendenti del settore privato con reddito fino a 33.000 euro;
- esenzione fiscale per i fringe benefit fino a 3.000 euro annui, con allargamento delle misure di welfare aziendale inclusa la sanità integrativa.
L’impianto complessivo punta ad aumentare il potere d’acquisto netto dei lavoratori senza incidere direttamente sul costo del lavoro per le imprese. Resta aperto il nodo delle coperture finanziarie: le misure di detassazione strutturali comportano un onere stimato in diversi miliardi di euro, in parte da rinviare alla prossima Legge di Bilancio.
Indennità contrattuale e obiettivo rinnovi CCNL
Uno dei meccanismi più innovativi nella bozza riguarda i contratti nazionali scaduti. Il decreto introdurrebbe un’indennità di vacanza contrattuale automatica: decorsi sei mesi dalla scadenza del CCNL senza accordo tra le parti, ai lavoratori verrebbe corrisposta una indennità pari al 30% del tasso di inflazione programmato, che salirebbe al 60% dopo dodici mesi di stallo. La misura mira a creare una pressione economica affinché le trattative si concludano, tutelando nel frattempo il potere d’acquisto. Il governo ribadisce la propria contrarietà a un salario minimo legale: la paga giusta, nella visione dell’esecutivo, va ricavata dalla contrattazione collettiva, non da una soglia fissata per decreto.
Rider e piattaforme digitali, tutele minime
Tra le misure attese, fonti vicine al Ministero del Lavoro confermano anche un intervento a tutela dei rider delle piattaforme digitali, una delle categorie con le retribuzioni più basse del mercato del lavoro italiano: le consegne vengono remunerate tra i 2 e i 4 euro ciascuna. Il settore è già finito sotto la lente della magistratura per alcuni profili legati al trattamento economico dei lavoratori. La bozza prevederebbe l’introduzione di garanzie minime per i lavoratori delle piattaforme, anche se i contenuti specifici non sono ancora stati resi pubblici.
La scelta: rinvio e tavolo autonomo
Delle tre opzioni in discussione, il governo ha percorso la seconda: lasciare scadere la delega e rinviare il capitolo contrattazione, dando alle parti sociali il tempo di raggiungere autonomamente un accordo. La prima — attuazione della delega entro il 18 aprile — era già impraticabile per ragioni di calendario. La terza — inserire il riferimento alla rappresentanza nel decreto lasciando al Parlamento il compito di correggere le parti più controverse — è stata scartata dopo le pressioni di tutti gli attori coinvolti.
Il governo dà sei mesi a CGIL, CISL, UIL, Confindustria, Confcommercio e alle altre organizzazioni per definire un criterio condiviso sulla rappresentanza. L’obiettivo è un accordo interconfederale che espliciti il riferimento alle organizzazioni comparativamente più rappresentative — il principio già previsto dall’articolo 51 del Jobs Act — da recepire poi per legge. Il rischio, riconosciuto da tutti, è che senza un accordo vincolante il tavolo si areni, rinviando il problema a dopo le prossime elezioni.
La mossa del CNEL sull’archivio dei contratti
Mentre il governo rinviava la decisione sulla rappresentanza, il CNEL ha compiuto un passo parallelo: la Commissione dell’Informazione ha approvato la riorganizzazione dell’archivio dei CCNL, introducendo nuove soglie minime di radicamento per distinguere i contratti più applicati da quelli marginali. Con le nuove regole, solo i Contratti Collettivi che superano il 5% di copertura nel settore di riferimento entrano nella sezione principale dell’archivio nazionale. L’operazione riduce il rischio di contratti pirata puntando sulla trasparenza informativa, anche in assenza di una norma legislativa sulla rappresentanza.