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Riforma del Lavoro entro il 23 marzo: Camusso, “passo indietro”

di Francesca Vinciarelli

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Settimana decisiva per la riforma del lavoro, che sarà pronta entro il 23 marzo: delusi i sindacati sugli ammortizzatori sociali, sul piede di guerra le Pmi per i costi del lavoro, cauta Confindustria che attende la riforma dell'articolo 18 e mira alla flessibilità.

La riforma del lavoro arriverà entro il 23 marzo anche senza l’accordo pieno e su tutto dei sindacati, ai quali è stato proposto un progetto di riforma abbastanza severo, che Susanna Camusso, leader della Cgil ha definito “un passo indietro” e il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni, una “ecatombe sociale” per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali.

Questo, in estrema sintesi, il risultato dell’ultimo incontro tra ministro del Welfare Elsa Fornero e premier Mario Monti con le parti sociali, ai quali è stato presentato un nuovo piano a regime dal 2015.

Le trattative dovranno concludersi entro questa settimana, anche se le aspettative non sempre combaciano, come nel caso della creazione di nuova occupazione.

Occupazione

Fornero punta a portare la disoccupazione al 4-5%, «un tassello essenziale ai fini della crescita, con un forte coinvolgimento del Sud. Non c’è crescita senza equilibrio tra Nord e Sud», ha dichiarato il ministro. Ma dall’altra parte, sul fonte occupazione, non c’è ottimismo. Il segretario della Uil Luigi Angeletti si aspetta un niente di fatto perché «non è un accordo, e non lo è mai stato, che produrrà posti di lavoro. È semplicemente l’eliminazione di un po’ di storture».

Poche in generale le aspettative di Angeletti: «penso che quando si concluderà la trattativa, presumibilmente questa settimana, per molte persone ci sarà una delusione se avevano alte aspettative. Si accorgeranno che le nuove regole del mercato del lavoro non avranno nulla di rivoluzionario».

Riforma degli ammortizzatori sociali

Niente più cassa integrazione per i dipendenti di aziende che cessano l’attività, contratti a tempo determinato che dovranno «costare un po’ di più», cassa integrazione straordinaria che rimane ma per la quale «si elimina solo la causale per cessazione attività», una nuova assicurazione sociale per l’impiego “Aspi” (assicurazione sociale per l’impiego) per coprire tutto quello che non rientra nella cassa integrazione ordinaria e varie indennità. Sono alcuni dei punti che compongono la riforma del lavoro allo studio.

In particolare, niente più mobilità, che sarà accorpata all’indennità di disoccupazione e rimarrà aperta alla consueta platea. I requisiti di accesso per la nuova assicurazione sociale per l’impiego Aspi restano le 52 settimane lavorate negli ultimi due anni.

La durata sarà di 12 mesi (15 mesi per i lavoratori over 58). A guadagnarci saranno coloro che fino ad ora potevano godere dell’indennità fino a 8 mes, mentre a perderci saranno coloro i quali ne godevano per ben 24 mesi.

L’ammontare medio dell’indennità sarà di 1.119 euro ma con abbattimento del 15% dopo sei mesi e di un altro 15% dopo ulteriori sei mesi.

Per quanto riguarda i nuovi ammortizzatori sociali, Fornero ha precisato che le risorse necessarie (2 miliardi di euro) «non saranno presi dal fondo sociale». Anche se ancora non sa dove saranno presi «il Governo si impegna a trovare le risorse al di fuori dei capitoli di spesa sociale». Di certo, o quasi, c’è che i nuovi ammortizzatori sociali andranno a regime nel 2015.

Imprese

Sul piede di guerra le Pmi: piccole imprese, artigiani e commercianti non escono alleggerite da questa riforma, anzi. Come ha dichiarato Rete Imprese: «C’è un appesantimento del costo del lavoro superiore al 2%, pari a 400 euro l’anno in più a dipendente. E’ inaccettabile».

Le aliquote contributive per i contratti a tempo indeterminato saranno infatti del’1,3%  mentre per quelli a tempo determinato del 2,7%. Finora la quota massima per le piccole aziende era lo 0,70%!

Caute le grandi imprese: pur con una certa cautela, Confindustria ha espresso perplessità sui tempi della riforma pur concorde con il progetto generale del ministro Fornero: «nel complesso il giudizio non è negativo», ha dichiarato Emma Marcegaglia, che ora punta molto sulla sulla flessibilità in uscita e quindi sulla riforma dell’articolo 18.