Studi di settore oggi: strumento per le imprese

di Filippo Davide Martucci

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Da incubo per le imprese oneste, ma a scarso fatturato, a strumento di analisi della fedeltà fiscale.

Considerati fino a ieri una vera e propria ingiustizia – che in nome della lotta all’evasione fiscale finiva per colpire anche chi pagava le tasse ma, suo malgrado, fatturava meno – gli Studi di Settore hanno subito una lenta evoluzione a partire dal dicembre del 2009, quando una sentenza della Cassazione decretò che non potevano essere considerati sufficienti a provare l’evasione fiscale ma piuttosto erano delle “presunzioni semplici” prive di valore se non integrate da altri elementi.

Allora si chiudeva un ciclo, inaugurato dal vice ministro dell’Economia Vincenzo Visco, che nella legislatura 2006-2008 li aveva intesi come strumento utile per aumentare il gettito fiscale a danno di evasori e non.

Complice la crisi economica, che con i correttivi aveva portato a una revisione forzata, gli studi cominciavano lentamente a trasformarsi in altro. Oggi, non sono più parametri rigidi, da applicare al sistema economico costituito da attività reali (con il tentativo di forzare la teoria costringendo la pratica ad adattarsi ad essa, e non il contrario).

Oggi dovrebbero essere intesi come elemento basilare per valutare la compliance dei contribuenti, ossia la loro fedeltà fiscale.

Analizzando gli Studi, infatti, è possibile valutare i livelli di adesione autonoma a obblighi e adempimenti tributari di varia natura, consentendo quindi di prevenire e contrastare l’evasione fornendo servizi di assistenza al contribuente senza correre il rischio di “fare di tutta l’erba un fascio” come accadeva in precedenza.

«Oggi – afferma il responsabile fiscalità d’impresa di Confcommercio Antonio Veneto – si è ristabilito un clima di fiducia e si sono affrontate le sfide successive: la più attuale è rappresentata dalla capacità degli Studi di saper fornire una risposta adeguata di fronte a periodi di non normalità come sono quelli che le imprese stanno attraversando dal 2008 a causa della persistente crisi economica».

L’ideale sarebbe affiancare gli Studi di Settore ad altri strumenti, quali il nuovo redditometro e lo spesometro, più efficaci per stanare l’evasione: se infatti i primi stimano un ammontare di ricavi (recuperando così IVA, imposte sui redditi e IRAP che potrebbero essere tenuti nascosti al Fisco), il secondo stima un reddito complessivo con il recupero esclusivo delle imposte dirette.

Come rilevato da Roberto d’Imperio, membro del Consiglio nazionale dei Dottori Commercialisti al Sole 24 Ore: «L’uso combinato dei due strumenti può avere una significativa efficacia probatoria unicamente nei confronti di quei soggetti che non possiedono altri redditi al di fuori di quelli derivanti dall’esercizio dell’attività imprenditoriale individuale o di lavoro autonomo. In tutti i casi in cui il reddito complessivo del contribuente è frutto della sommatoria di diverse categorie reddituali infatti, non sarebbe, possibile associare in maniera univoca l’eventuale maggior reddito desunto dall’applicazione del redditometro al risultato dell’attività economica esercitata e anche quando il contribuente risultasse incongruo ai fini degli studi di settore».

In quest’ottica, gli Studi si configurano come una preziosa banca dati da utilizzare per una corretta valutazione dei comportamenti dei contribuenti, sia per stanare gli evasori, sia per correggere eventuali errori.

Questo, soprattutto dopo che è stato introdotto un principio di territorialità (soprattutto in settori quali l’Edilizia e il Commercio di capi d’abbigliamento) che, distinguendo le diverse realtà economiche presenti nel Paese, fornisce dati ancor più puntuali e attendibili.

Non bisogna dimenticare che il nostro territorio è sottoposto a variazioni legate alla tipologia economica che spesso colpiscono aziende ed esercizi residenti sulla medesima strada, come fatto rilevare da Raffaello Lupi, professore ordinario di diritto tributario all’università di Tor Vergata.

Ciò che ostacola l’evoluzione verso un meccanismo di monitoraggio più flessibile è però il motivo stesso per il quale gli Studi di settore sono nati, che è legato a doppio filo con le entrate dello Stato: la tendenza a praticare una sorta di “caccia all’untore” nei confronti di liberi professionisti, commercianti e piccole e medie imprese in generale resiste. E diffusa è la percezione, anche da parte degli organi competenti, che la gran parte degli evasori provenga proprio da queste categorie.

È facile immaginare che realizzare in maniera compiuta la metamorfosi degli Studi di settore – da arma in correttivi – può anche significare intervenire direttamente sul gettito dello Stato, mentre almeno in un primo periodo questi parametri rappresentavano indirettamente delle entrate certe e garantite per le casse sempre più vuote del Tesoro.

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