I giovani disoccupati si arrendono: boom degli inattivi in Italia

di Anna Fabi

19 Marzo 2026 11:03

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L'occupazione giovanile cala del 3,5% e gli inattivi superano 6 milioni. Il paradosso del mercato del lavoro italiano nei dati CNEL-Istat.

Il tasso di disoccupazione giovanile scende. Sembra una buona notizia ma non lo è: la riduzione dei giovani 15-34 anni senza lavoro (-4,7%) non si è tradotta in un aumento dell’occupazione, ferma anzi in calo del 3,5%. Quei giovani non hanno trovato lavoro e hanno smesso di cercarlo. È il dato più preoccupante del secondo Report sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro pubblicato da CNEL e Unioncamere con Istat. Lo studio fotografa un fenomeno strutturale che si aggrava proprio mentre l’Italia registra il record di occupati nella storia repubblicana.

Oltre la metà dei giovani italiani non lavora né cerca impiego

I numeri del terzo trimestre 2025 sono netti. Su circa 12 milioni di giovani tra i 15 e i 34 anni, gli occupati sono 5,277 milioni — 190mila in meno rispetto al 2023. I disoccupati sono 610mila, in calo di quasi 30mila. Ma gli inattivi hanno superato quota 6,1 milioni, in aumento di 235mila unità rispetto a dodici mesi prima (+4,0%). Per la prima volta da anni, più di metà dei giovani italiani nella fascia 15-34 non fa parte della forza lavoro: non lavora, non cerca lavoro, non è disponibile a lavorare.

L’aumento degli inattivi può in parte riflettere un prolungamento dei percorsi formativi — studenti che restano più a lungo nell’istruzione prima di affacciarsi al mercato. Ma il report CNEL-Unioncamere segnala anche segnali di scoraggiamento: una quota crescente di giovani che rinunciano alla ricerca non per scelta, ma perché convinti di non avere possibilità. Questo andamento segnala criticità nei processi di transizione verso il lavoro e una distanza in crescita tra una parte della popolazione giovanile e il sistema produttivo.

I laureati perdono terreno, il titolo di studio non basta più

La contrazione dell’occupazione giovanile nel terzo trimestre 2025 non colpisce tutti allo stesso modo: il calo è netto tra chi ha la laurea o un titolo post-laurea, in diminuzione in tutte le ripartizioni geografiche. Al Centro la flessione è dell’11,8% (da 333mila a 294mila occupati), al Nord dell’8,9% (da 886mila a 808mila), al Sud del 2,0% (da 352mila a 345mila). I diplomati mostrano invece una maggiore tenuta: lieve crescita al Nord (+1,3%) e contrazioni più contenute al Centro (-3,5%) e al Mezzogiorno (-0,6%).

La lettura di questo dato è diretta: la domanda di lavoro espressa dalle imprese nel secondo semestre 2025 si orienta verso professioni qualificate nei servizi, operai specializzati e figure tecniche operative — categorie per cui il diploma tecnico è spesso il titolo più adeguato.

Le professioni intellettuali ad alta specializzazione, quelle che assorbono la maggior parte dei laureati, hanno invece registrato un calo delle assunzioni del 12,4%. Il sistema produttivo italiano, in questa fase, premia le competenze pratiche e punisce chi ha investito in percorsi accademici senza sbocchi tecnici chiari.

Il divario Nord-Sud e di genere che la laurea annulla

L’analisi dei tassi di occupazione per genere restituisce un quadro contraddittorio. Il divario complessivo tra uomini (49,5%) e donne (37,9%) si attesta a 11,6 punti percentuali nel terzo trimestre 2025 — ma la distribuzione cambia radicalmente in base al titolo di studio. Tra i giovani laureati il gap di genere si azzera quasi completamente: solo 0,6 punti percentuali di differenza nel tasso di occupazione. Tra i diplomati il divario sale a 18,2 punti, e tra chi ha solo la licenza media raggiunge i 16,7 punti.

Il messaggio è preciso: per le giovani donne con qualificazione medio-bassa, il mercato del lavoro italiano resta strutturalmente chiuso. Le imprese esprimono una domanda sostenuta proprio nei servizi, nel commercio e nelle attività turistico-ricettive — comparti dove la presenza femminile è tradizionalmente rilevante — ma la qualità dei contratti offerti, il part-time involontario e la scarsa conciliazione con la vita familiare continuano a scoraggiare l’ingresso. Come rileva anche il rapporto sul divario donne e lavoro aggiornato a marzo 2026, le assunzioni a tempo indeterminato riguardano le donne solo nel 36,7% dei casi contro il 63,3% degli uomini.

Disoccupazione di lunga durata, cresce tra le donne

Al quadro già critico si aggiunge un indicatore che raramente viene citato nelle analisi aggregate: il tasso di disoccupazione giovanile di lunga durata — chi è senza lavoro da oltre 12 mesi. Nel terzo trimestre 2025, questo dato sale al 4,3% tra i giovani maschi (+0,7 punti rispetto al 2024) e al 5,1% tra le giovani donne (+1,4 punti). L’aumento femminile è quasi il doppio di quello maschile.

La permanenza prolungata nella disoccupazione produce un effetto di progressivo indebolimento delle competenze: più a lungo si resta fuori dal mercato, più diventa difficile rientrare. Chi rimane senza lavoro per oltre un anno rischia di perdere aggiornamento, reti professionali e fiducia nelle proprie possibilità. Il fenomeno è particolarmente grave perché si sviluppa in silenzio, coperto dalle medie aggregate che mostrano un tasso di disoccupazione giovanile complessivamente in calo.

Le imprese cercano, i giovani si allontanano: il paradosso che frena la crescita

Il paradosso del mercato del lavoro italiano nel 2025-2026 è tutto in questo incrocio: le imprese segnalano difficoltà di reperimento per il 46,1% delle posizioni aperte — con punte al 52,9% nelle microimprese — e i tempi medi di ricerca si attestano a 4,5 mesi per le figure più rare. Contemporaneamente, oltre 6 milioni di giovani restano fuori dalla forza lavoro. Come è possibile?

La risposta non è semplice. Il mismatch è qualitativo prima che quantitativo: le imprese cercano operai specializzati, tecnici, profili con competenze pratiche specifiche; una quota rilevante di giovani ha seguito percorsi formativi orientati altrove. A questo si aggiunge un problema di attrattività: salari contenuti, contratti precari, scarsa disponibilità di alloggi nelle aree a più alta domanda occupazionale frenano la mobilità territoriale.

Gli incentivi alle assunzioni agevolate 2026 per giovani, donne e ZES intervengono sul costo del lavoro per le imprese, ma non risolvono il nodo strutturale: formare i profili che il mercato cerca richiede un orizzonte temporale e un coordinamento tra sistema scolastico e sistema produttivo che gli sgravi contributivi da soli non possono garantire. Nel frattempo, i giovani che smettono di cercare lavoro diventano ogni anno più difficili da recuperare — e le imprese che non trovano personale perdono competitività e opportunità di crescita.