Il tasso di disoccupazione giovanile scende. Sembra una buona notizia ma non lo è: la riduzione dei giovani 15-34 anni senza lavoro (-4,7%) non si è tradotta in un aumento dell’occupazione, ferma anzi in calo del 3,5%. Quei giovani non hanno trovato lavoro e hanno smesso di cercarlo. È il dato più preoccupante del secondo Report sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro pubblicato da CNEL e Unioncamere con Istat. Lo studio fotografa un fenomeno strutturale che si aggrava proprio mentre l’Italia registra il record di occupati nella storia repubblicana.
- Oltre la metà dei giovani italiani non lavora né cerca impiego
- I laureati perdono terreno, il titolo di studio non basta più
- Il divario Nord-Sud e di genere che la laurea annulla
- Disoccupazione di lunga durata, cresce tra le donne
- Le imprese cercano, i giovani si allontanano: il paradosso che frena la crescita
Oltre la metà dei giovani italiani non lavora né cerca impiego
I numeri del terzo trimestre 2025 sono netti. Su circa 12 milioni di giovani tra i 15 e i 34 anni, gli occupati sono 5,277 milioni — 190mila in meno rispetto al 2023. I disoccupati sono 610mila, in calo di quasi 30mila. Ma gli inattivi hanno superato quota 6,1 milioni, in aumento di 235mila unità rispetto a dodici mesi prima (+4,0%). Per la prima volta da anni, più di metà dei giovani italiani nella fascia 15-34 non fa parte della forza lavoro: non lavora, non cerca lavoro, non è disponibile a lavorare.
L’aumento degli inattivi può in parte riflettere un prolungamento dei percorsi formativi — studenti che restano più a lungo nell’istruzione prima di affacciarsi al mercato. Ma il report CNEL-Unioncamere segnala anche segnali di scoraggiamento: una quota crescente di giovani che rinunciano alla ricerca non per scelta, ma perché convinti di non avere possibilità. Questo andamento segnala criticità nei processi di transizione verso il lavoro e una distanza in crescita tra una parte della popolazione giovanile e il sistema produttivo.
I laureati perdono terreno, il titolo di studio non basta più
La contrazione dell’occupazione giovanile nel terzo trimestre 2025 non colpisce tutti allo stesso modo: il calo è netto tra chi ha la laurea o un titolo post-laurea, in diminuzione in tutte le ripartizioni geografiche. Al Centro la flessione è dell’11,8% (da 333mila a 294mila occupati), al Nord dell’8,9% (da 886mila a 808mila), al Sud del 2,0% (da 352mila a 345mila). I diplomati mostrano invece una maggiore tenuta: lieve crescita al Nord (+1,3%) e contrazioni più contenute al Centro (-3,5%) e al Mezzogiorno (-0,6%).
La lettura di questo dato è diretta: la domanda di lavoro espressa dalle imprese nel secondo semestre 2025 si orienta verso professioni qualificate nei servizi, operai specializzati e figure tecniche operative — categorie per cui il diploma tecnico è spesso il titolo più adeguato.
Le professioni intellettuali ad alta specializzazione, quelle che assorbono la maggior parte dei laureati, hanno invece registrato un calo delle assunzioni del 12,4%. Il sistema produttivo italiano, in questa fase, premia le competenze pratiche e punisce chi ha investito in percorsi accademici senza sbocchi tecnici chiari.
Il divario Nord-Sud e di genere che la laurea annulla
L’analisi dei tassi di occupazione per genere restituisce un quadro contraddittorio. Il divario complessivo tra uomini (49,5%) e donne (37,9%) si attesta a 11,6 punti percentuali nel terzo trimestre 2025 — ma la distribuzione cambia radicalmente in base al titolo di studio. Tra i giovani laureati il gap di genere si azzera quasi completamente: solo 0,6 punti percentuali di differenza nel tasso di occupazione. Tra i diplomati il divario sale a 18,2 punti, e tra chi ha solo la licenza media raggiunge i 16,7 punti.
Il messaggio è preciso: per le giovani donne con qualificazione medio-bassa, il mercato del lavoro italiano resta strutturalmente chiuso. Le imprese esprimono una domanda sostenuta proprio nei servizi, nel commercio e nelle attività turistico-ricettive — comparti dove la presenza femminile è tradizionalmente rilevante — ma la qualità dei contratti offerti, il part-time involontario e la scarsa conciliazione con la vita familiare continuano a scoraggiare l’ingresso. Come rileva anche il rapporto sul divario donne e lavoro aggiornato a marzo 2026, le assunzioni a tempo indeterminato riguardano le donne solo nel 36,7% dei casi contro il 63,3% degli uomini.
Disoccupazione di lunga durata, cresce tra le donne
Al quadro già critico si aggiunge un indicatore che raramente viene citato nelle analisi aggregate: il tasso di disoccupazione giovanile di lunga durata — chi è senza lavoro da oltre 12 mesi. Nel terzo trimestre 2025, questo dato sale al 4,3% tra i giovani maschi (+0,7 punti rispetto al 2024) e al 5,1% tra le giovani donne (+1,4 punti). L’aumento femminile è quasi il doppio di quello maschile.
La permanenza prolungata nella disoccupazione produce un effetto di progressivo indebolimento delle competenze: più a lungo si resta fuori dal mercato, più diventa difficile rientrare. Chi rimane senza lavoro per oltre un anno rischia di perdere aggiornamento, reti professionali e fiducia nelle proprie possibilità. Il fenomeno è particolarmente grave perché si sviluppa in silenzio, coperto dalle medie aggregate che mostrano un tasso di disoccupazione giovanile complessivamente in calo.
Le imprese cercano, i giovani si allontanano: il paradosso che frena la crescita
Il paradosso del mercato del lavoro italiano nel 2025-2026 è tutto in questo incrocio: le imprese segnalano difficoltà di reperimento per il 46,1% delle posizioni aperte — con punte al 52,9% nelle microimprese — e i tempi medi di ricerca si attestano a 4,5 mesi per le figure più rare. Contemporaneamente, oltre 6 milioni di giovani restano fuori dalla forza lavoro. Come è possibile?
La risposta non è semplice. Il mismatch è qualitativo prima che quantitativo: le imprese cercano operai specializzati, tecnici, profili con competenze pratiche specifiche; una quota rilevante di giovani ha seguito percorsi formativi orientati altrove. A questo si aggiunge un problema di attrattività: salari contenuti, contratti precari, scarsa disponibilità di alloggi nelle aree a più alta domanda occupazionale frenano la mobilità territoriale.
Gli incentivi alle assunzioni agevolate 2026 per giovani, donne e ZES intervengono sul costo del lavoro per le imprese, ma non risolvono il nodo strutturale: formare i profili che il mercato cerca richiede un orizzonte temporale e un coordinamento tra sistema scolastico e sistema produttivo che gli sgravi contributivi da soli non possono garantire. Nel frattempo, i giovani che smettono di cercare lavoro diventano ogni anno più difficili da recuperare — e le imprese che non trovano personale perdono competitività e opportunità di crescita.