Stress: atteggiamento o necessità da controllare

di Fabrizio Pestarino

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Chi ha una responsabilità e un presidio da gestire è sempre in gara con sé stesso e con gli altri. Le fonti di stress e gli imprevisti sono dietro l'angolo

La metafora sportiva è abusata come forse l’utilizzo della parola stress, ma in effetti le analogie esistono
Come l’atleta, il manager ha scelto contesti sfidanti che spesso motivano e realizzano la persona ma il confine tra duro impegno e frustrazione è sottile, finché c’è controllo o sensazione di esso, la situazione sembra facilmente gestibile: il Modello Karasek collega lo stress nelle organizzazioni e soprattutto di chi le guida, all’interazione di due fattori indipendenti: la percezione di controllo del soggetto e il livello di impegno richiesto dall’organizzazione stessa.

Gli elementi stressanti negli ambienti strutturati sono immateriali e di natura relazionale e simbolica, la mancanza di concretezza non aiuta certo la rassicurazione psicologica e lo stato d’animo ne risente, oltremodo trovandosi spesso nella necessità di dover gestire oltre al proprio l’altrui stress. Ne consegue la necessità di sviluppare skill di resistenza psico-fisica alle situazioni che all’apparenza sembrano senza via di uscita trasformando il di-stress (parte negativa dello stress in quanto con bassa percezione di controllo) in eu-stress (vissuto come sfida e impegno gratificante e quindi motivante).

Diventa importante la capacità di gestire la risposta fisiologica allo stress riconoscendolo e superandolo con allenamento fisico cognitivo e comportamentale. La rabbia nei conflitti interpersonali, il vago stato d’ansia del proprio futuro professionale, la mancanza di risposte ad una scelta decisionale sono i meccanismi subdoli di corrosione dell’inconscio e di evidenti fenomeni psicosomatici che contribuiscono a produrre ulcere, ipertensione e infarti.

Saper decifrare e porre in giusta luce alcuni fenomeni altrimenti inspiegabili e inquietanti: come è possibile che si debba tirare avanti l’intera settimana lavorativa con stoica fatica e quando finalmente si raggiunge l’agognato weekend essere costretti davanti alla TV svuotati di ogni interesse e incentivo. L’attenzione ai “segnali deboli” è fondamentale: percezione dell’inutilità negli sforzi, difficoltà nel coinvolgere i collaboratori, paura generica e immotivata anche agli eventi semplici, contrarietà vissuta fisicamente agli obiettivi imposti “dall’alto”. Possibili rimedi?

Pianificare realisticamente la propria giornata: gli obiettivi non realistici non sono richiesti. Frequentare persone positive è contagioso, quelle negative cercano di portare tutti al proprio livello. Riconoscere che certe “cose” non si possono facilmente cambiare, non vale la pena “consumare risorse” oltre un obiettivo ragionevolmente raggiunto. Staccarsi frequentemente da un eccesso di concentrazione: le situazioni più complesse calamitano la nostra attenzione, meglio cercare di veder le cose “dall’esterno”: resta facilitata anche la fase decisionale. 

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