Come ridurre le tasse in Italia, il confronto UE

di Barbara Weisz

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Pressione fiscale in Italia al 43,6%, al quarto posto nella UE: con un sistema di tassazione europeo il contribuente italiano risparmierebbe 557 euro l'anno: dati e analisi.

Un Superministro europeo  e un sistema fiscale comunitario avrebbero un impatto positivo sul contribuente italiano, che alla fine pagherebbe meno tasse: secondo la CGIA di Mestre, il risparmio pro-capite sarebbe di 557 euro l’anno, 34 miliardi di euro in termini complessivi. Come si arriva a questi numeri? Effettuando un calcolo puramente teorico e ipotizzando un’armonizzazione dei sistemi fiscali dei 19 paesi dell’Euro. La pressione fiscale media dell’Eurozona è infatti pari al 41,5% del PIL, che significa 557 euro di tasse in meno rispetto al carico fiscale italiano: è quindi questa la cifra di risparmio medio per contribuente se ci fosse un sistema di tassazione europeo.

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In pratica, è stata misurata la pressione fiscale di tutti i paesi dell’Eurozona e sono stati quantificati i maggiori o minori versamenti rispetto all’Italia: in base a questo metodo, è stato calcolato quanto si pagherebbe di tasse se agli Italiani fosse applicato il carico fiscale medio europeo.Il carico fiscale italiano è pari al 43,6%, al quarto posto nella classifica dei paesi della moneta unica, mentre sul podio ci sono Francia (48,1% del PIL) Belgio (47,3%) e Finlandia (43,9%). In termini assoluti, il contribuente francese paga 1.195 all’anno di tasse più di un Italiano, il belga 982 euro, il finlandese 80 euro. Livello fiscale pari a quello italiano in Austria, mentre in tutti gli altri paesi si pagano meno tasse. Il paese più conveniente è la Lituania (27,7% del PIL e 4.221 euro in meno per contribuente all’anno rispetto all’Italia).

Altri dati: in Italia si pagano 1.141 euro di tasse in più all’anno per contribuente rispetto alla Germania, 1248 euro in più rispetto alla Grecia, 2.389 in più rispetto alla Spagna.

tasse europa CGIA mestre

Dalla lettura di questi dati, commenta Renato Mason, segretario CGIA Mestre,

«emerge una forte correlazione tra il livello di centralismo e la pressione tributaria. Vale a dire che la quantità di imposte, tasse e tributi che i contribuenti versano in percentuale del PIL è direttamente proporzionale al grado di centralismo fiscale».

Qui il discorso si complica, perché bisognerebbe analizzare il meccanismo fiscale di ogni singolo paese paragonando tasse dovute allo stato centrale e fiscalità regionale. Comunque sia, si può sottolineare che in Italia il federalismo fiscale ha comportato un aumento delle tasse, dovuto soprattutto alla crescita delle imposte locali.

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Secondo il coordinatore dell’Ufficio Studi della CGIA, Paolo Zabeo, per pagare meno tasse il Governo dovrebbe agire

«sul fronte della razionalizzazione della spesa pubblica, tagliando sprechi, sperperi e inefficienze della macchina pubblica. Quanto è stato fatto in questi anni va nella direzione giusta, ma è ancora insufficiente. Inoltre, questa operazione dovrà essere realizzata in fretta, visto che entro la fine di quest’anno bisognerà sterilizzare l’ennesima clausola di salvaguardia di 15 miliardi, altrimenti dal 1° gennaio 2017 scatterà con un sensibile aumento delle aliquote IVA».

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