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Crisi imprese, Galassi: un piano per la ripresa della manifattura

di Barbara Weisz

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Il presidente di API chiede al Governo una vision strategica che punti sull'industria, non basta la liquidità, bisogna far tornare gli ordini e far riprendere il mercato: PMI.it intervista Paolo Galassi.

«Il fatto che arrivi denaro dall’Europa mi fa piacere, anche perchè noi all’Europa diamo tanti soldi tutti gli anni. E’ giusto che l’Europa affronti il problema determinato dall’emergenza Coronavirus in modo adeguato. Ma il punto è che gli imprenditori sono arrabbiati, perchè non vedono il denaro arrivare in azienda», pur con tutte le misure già messe in campo dal governo. Ma l’elemento più preoccupante, è che «non vedo una strategia per la ripresa del manifatturiero». Sono questi, secondo Paolo Galassi, presidente di API (associazione piccole e medie industrie) i due fattori su cui il Governo dovrebbe maggiormente puntare, anche e soprattutto in vista del piano Recovery Italia atteso in settembre, che potrà utilizzare i soldi del Recovery fund europeo. Una strategia industriale, che vada oltre le iniezioni di liquidità (pur necessarie), e che sia concentrata soprattutto sul settore manifatturiero.

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«La crisi – spiega – non ha solo comportato tre mesi senza fatturato. Ha anche ridotto le prospettive di un buon 50%. Ci sono settori che rischiano di non riprendersi. Fino a quando non c’è mercato, ma solo prestiti, iniezioni di liquidità, o cassa integrazione, non ci sono prospettive». Qui, ci sono due fattori: uno molto pratico, determinato dal fatto che «se a settembre un’impresa manifatturiera continua a non avere gli ordini, resta in difficoltà» anche potendo utilizzare aiuti e ammortizzatori sociali. Il secondo, è un fattore psicologico: «se si spaventano i lavoratori e le imprese, si riduce il meccanismo che porta risorse allo stato».

Galassi si definisce «disorientato». Perchè, a fronte di una crisi mondiale, ci vuole un indirizzo strategico. «Io invece non vedo un indirizzo economico in grado di far ripartire l’economia. Un’idea chiara, che consenta di fare piani e di investire». Propone un esempio molto intuitivo: «se io non so con che macchine andremo in giro fra dieci anni, mando in crisi non solo l’automotive, ma anche la meccanica, l’elettronica. Un intero sistema, senza crearne un altro». E si torna al punto di partenza: «sono felice che arrivi il denaro. Ma ora bisogna sollecitare il governo a fare di più».

Fra l’altro, anche i provvedimenti fin qui adottati, come ad esempio i prestiti alle imprese, non hanno dato grandi risultati secondo l’imprenditore. «La liquidità è arrivata in modo sbagliato, le banche continuano a ragionare con meccanismi di rating che non vanno bene per le piccole imprese». Ma soprattutto, il punto resta la crisi del mercato. Ci sono indirizzi positivi, ad esempio il piano di puntare sul settore green, cambiando di conseguenza i prodotti. Galassi sottolinea una cosa importante: «per un imprenditore, questi passaggi sono naturali». In qualche modo, la vision sul progresso è il suo pane. «Nel passato siamo passati dai cavalli, al vapore, al gasolio. Se ora andiamo verso l’elettrico, bene. Ma ci devono essere indirizzi chiari in questo senso». Detto in parole molto semplici: anche e soprattutto per fare investimenti su un futuro che comporta cambiamenti importanti, le imprese hanno bisogno di certezze. «Su cosa investiamo? Sul manifatturiero? Sull’edilizia?».

C’è un punto su cui il presidente di API insiste particolarmente: «l’Italia è un paese metalmeccanico, senza risorse al settore metalmeccanico rischia di fare sempre più fatica. «E’ chiaro che ci sono imprese che fanno magari prodotti di nicchia, o ad alto valore aggiunto, che vanno comunque bene». Anche dopo aver perso grandi settori, come la grande industria chimica, l’Italia ha continuato a produrre nuovi materiali di qualità. Ma ci vuole un sistema paese che protegga e tuteli l’industria. «Bisogna stare attenti, tutelare i prodotti su qualità. Io non sono contro il progresso rappresentato ad esempio dai grandi marketplace digitali. Ma bisogna fare in modo che sia riconoscibile la qualità dei prodotti, piuttosto che l’innovazione». Se ben interpretato, dunque, l’e-commerce diventa uno strumento che consente anche ai piccoli di rivolgersi al mercato internazionale. Ma ci vogliono strumenti adeguati, a tutti i livelli (normativi, informativi, formativi). «In italia abbiamo sempre inventato tutto. Dobbiamo imparare a guadagnarci di più. Esempio: abbiamo le migliori firme di abbigliamento. E stiamo chiudendo le aziende del tessile, comprando la seta dalla Cina».

In pratica, ci vorrebbe una sorta di piano industriale del sistema paese per far ripartire il manifatturiero. Una risposta può essere rappresentata da una strada che l’Italia ha già intrapreso, e che dovrebbe essere perseguita con maggior vigore: Industria 4.0. «Sono tre anni che il piano è operativo, ma non è ancora a misura di piccole imprese. Stiamo parlando dell’80% del panorama produttivo italiano». Quindi, nuovi investimenti su industria 4.0. E anche più infrastrutture, partendo da quelle basilari, ovvero la rete di connessione: «a Milano la rete è ovunque, ma se usciamo dalla metropoli, ci sono molte zone in cui non c’è la fibra. Negli Stati Uniti c’è la connessione veloce in mezzo al deserto».

E poi ci sono tutta una serie di fattori di mercato, che riguardano anche l’Europa. «Il mercato europeo ha l’occasione di diventare unico. Io ho più di 60 anni, sono europeista da sempre. Ma avevo in mente un’Europa seria, diversa da quella che vedo. Con le stesse regole, per esempio sul costo del lavoro. Oggi vedo un’Europa finanziaria e basta. Abbiamo fatto un allargamento senza nessun senso. La Germania ci ha messo pochi anni a integrare est e ovest». Non è un discorso politico, è una questione che riguarda da vicino le aziende. Galassi la spiega così: «io posso chiamare export l’attività di un’azienda che vende il 70% in Germania? E’ giusto che un’impresa vada a produrre in Polonia perchè il lavoro costa il 30% in meno?».

Fra l’altro, ora abbiamo il problema che è in crisi il mercato UE, a non arrivare sono spesso gli ordini da Germania, Francia, Spagna. «Bisognerebbe discutere una strategia di politica economica europea. E come Italia dovremmo fare di più per portare le nostre tecnologie sul mercato UE». In questo senso, il Covid ha evidenziato un problema che c’era da tempo. «L’Italia non produce a basso costo, facciamo alta qualità». Quindi «vendiamo tanto a paesi come quelli europei, che possono permettersi di comprare i nostri prodotti». Si parla molto «della crisi dei servizi e del turismo, determinata dal Coronavirus. Vorrei sottolineare che la crisi del manifatturiero era già evidente, ora è stato solo accelerato un processo». Ma l’Italia resta un grande paese manifatturiero: «il Made in Italy non è solo moda, design. E’ anche meccanica, chimica, tessile. Ma ci vuole una vision. Per esempio, l’Europa ha tante grandi imprese, noi tante PMI che sono di supporto ai big. Gestiamo con successo questo passaggio».

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