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Riforma del Lavoro bocciata dalle aziende: ecco le istanze

di Francesca Vinciarelli

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Il ddl sulla riforma del lavoro presentato da Fornero e Monti non piace a imprese e banche, che contestano la disciplina per i licenziamenti, la rigidità imposta al mercato e gli alti costi del lavoro che penalizzeranno investimenti e occupazione.

All’indomani della ufficializzazione del Ddl di Riforma del Lavoro il Paese sembra purtroppo spaccato in due, diversamente da quanto auspicato dal Governo, segno che il disegno di legge – così come ad oggi appare – delude in troppi:  da una parte ci sono i sindacati, soddisfatti che il Governo abbia fatto dietro front sui licenziamenti economici, dall’altra ci sono le imprese che bocciano la decisione di non blindare la riforma dell’articolo 18 e individuano numerose criticità nel testo finale.

Scarica il testo del Ddl finale di Riforma del Lavoro

In realtà, i punti deboli ravvisati in questa riforma dal mondo delle imprese non si limitano alla flessibilità in uscita, ma sono ben più estesi ed articolati e individuano come risultato finale la minore competitività delle imprese e la mancata leva alle assunzioni, a scapito della dinamicità auspicata nel mercato del lavoro in Italia.

Poca flessibilità: meno occupazione e competitività

In primis, è proprio l’ammorbidimento sulla disciplina dei ricorsi che Confindustria, ABI, ANIA, Alleanza delle Cooperative giudicano un passo indietro, una soluzione inaccettabile: «l’impianto complessivo della riforma già irrigidisce il mercato del lavoro riducendo la flessibilità in entrata e abolendo, seppur gradualmente, l’indennità di mobilità, strumento importante per le ristrutturazioni aziendali».

In più, le modifiche apportate al Ddl «vanificano il difficile equilibrio raggiunto e rischiano di determinare, nel loro complesso, un arretramento piuttosto che un miglioramento del nostro mercato del lavoro e delle condizioni di competitività delle imprese, rendendo più difficili le assunzioni».

Nell’ultima formulazione della riforma del lavoro, definita dal ministro del Welfare Elsa Fornero e dal premier Mario Monti, in caso di licenziamenti per motivi economici ritenuti illegittimi, ovvero in caso di manifesta infondatezza e/o insussistenza, resta il reintegro a discrezione del giudice, che può decidere anche per il solo indennizzo. Un deterrente per le aziende in reale difficoltà economica.
In più l’onere della prova resta a carico delle imprese.

La riforma distingue tre « tipologie di licenziamento: oggettivo, disciplinare e discriminatorio. Il discriminatorio è costituzionale, e deve restare. Il disciplinare prevede che il giudice decide e sceglie tra indennizzo da 12 a 24 mensilità e reintegrazione».

Contratti a termine

Per le imprese, inoltre, «risultano inaccettabili, in particolare, la diversa disciplina per i licenziamenti di natura economica e quella che va complessivamente configurandosi per i contratti a termine, specie per quelli aventi carattere stagionale».

La stipula di contratti di apprendistato sarà subordinata alla stabilizzazione del 30% dei contratti entro gli ultimi  tre anni  (non più il 50%, come nella bozza). I contratti a tempo determinato avranno durata massima di 36 mesi (compresa proroga) e costerà l’1,4% in più.

Le aziende traggono benefici troppo limitati: la riforma prevede rimborso di 6 mesi per gli stabilizzati e, per le prime assunzioni a tempo determinato –  e per una durata di sei mesi –  l’abolizione dell’obbligo di specificare il cosiddetto “causalone“, ossia la specifica con atto scritto delle ragioni tecniche, produttive e organizzative del rapporto di lavoro.  Nulla di più.

Il secondo nodo su cui vertevano i disaccordi delle parti era la cosiddetta flessibilità in entrata, in particolare la disciplina dei contratti a termine per limitare il fatto che nascondano, in realtà, rapporti di lavoro subordinato. Per agevolare le aziende si fa ora più graduale la stretta su questo tipo di contratti.

Per quanto riguarda le partite IVA, le aziende lamentano l’eccessiva generalizzazione e appiattimento della casistica (non  caso è in atto un’aspra polemica anche da parte dei piccoli studi professionali): l’unica “vittoria” strappata al Governo è stata la proroga di un anno dall’entrata in vigore della riforma per la presunzione di rapporto di lavoro a carattere coordinato e continuativo, ma solo per i nuovi assunti: per chi è già in azienda la nuova regola scatta con l’entrata in vigore della Riforma.

Per i  contratti a progetto , scatteranno solo per i nuovi assunti i nuovi oneri contributivi e le ulteriori  specifiche sul progetto oggetto del contratto.

Costi del lavoro: nulla di fatto

Il vero problema di questa riforma è la scarsa incidenza – quando non il contrario – sui costi del lavoro (previdenziali e fiscali) che già gravano in buste paga. La riforma non ha alleggerito la pressione fiscale per le imprese, anzi: i maggiori oneri non potranno che scoraggiare le aziende dall’investire e assumere.

Quella così definita non è una riforma del lavoro che punta alla competitività e la crescita delle imprese e dell’occupazione in generale, lamentano le imprese. Piuttosto che tornare sui propri passi il Governo avrebbe potuto agire sui costi previdenziali e fiscali a carico di imprese e lavoratori così da agevolare realmente gli investimenti e le assunzioni.

Questo il punto di vista delle aziende: «al Paese serve una buona riforma»; «piuttosto che una cattiva riforma, è meglio non fare alcuna riforma», concludono le organizzazioni.

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