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Riforma del lavoro finita: accordo su licenziamenti e contratti a termine

di Barbara Weisz

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Sulla flessibilità in uscita si reintroduce il reintegro anche per il licenziamenti economici, ma con vincoli stringenti, mentre sulla flessibilità in entrata si ammorbidisce la stretta sui contratti a termine. Rafforzata la conciliazione obbligatoria. Le novità della riforma del lavoro.

Pronto il testo definitivo del Ddl di Riforma del Lavoro, presentato ufficialmente in conferenza stampa: reintegro anche per i licenziamenti economici a discrezione del giudice, conciliazione preventiva obbligatoria con tempi certi e veloci e ammorbidimento, rispetto alla bozza iniziale, sulla flessibilità in entrata per i contratti a termine.

Decisivo il pre-incontro con il segretario del Pd Pierluigi Bersani, di cui è stata accolta la proposta: meno flessibilità in uscita (articolo 18), più flessibilità in entrata, un tema particolarmente caro alle PMI.

L’accordo tra Governo e maggioranza – in linea con il modello tedesco  –  è stato raggiunto al termine di un lungo vertice notturno convocato dal premier Mario Monti con Bersani, Pierferdinando Casini (Udc) e Angelino Alfano (Pdl).

Flessibilità in uscita

Licenziamenti economici: quando scatta il reintegro?

I cambiamenti come detto riguardano i licenziamenti economici (giustificato motivo oggettivo): se in caso di ricorso il giudice ritiene il licenziamento illegittimo può decidere per il reintegro mentre la bozza Fornero prevedeva solo l’indennizzo fra le 15 e le 27 mensilità.

Il Ddl di Riforma del Lavoro stabilirà con precisione i tipi di licenziamento per motivi economici, in modo da ridurre la discrezionalità del giudice sul reintegro, possibile solo nel caso in cui il giudice ritenga il licenziamento motivato da ragioni disciplinari o discriminatorie.

Per gli altri tipi di licenziamento restano valide le linee guida delle bozza Fornero:

  • licenziamenti disciplinari: decisione del giudice fra indennizzo (fra le 15 e le 27 mensilità) o reintegro;
  • licenziamenti discriminatori: reintegro in tutti i casi e in tutte le aziende, indipendentemente dal numero di dipendenti (non cambia nulla rispetto alle norme attuali).

Come si stabilisce l’indennizzo?

Prima di andare dal giudice sarà obbligatorio tentare una conciliazione fra le parti, azienda e lavoratore (la normativa attuale prevede la possibilità di conciliazione, che però non è obbligatoria). Questo tentativo di accordo stragiudiziale ha tempi precisi: l’ufficio del lavoro convoca le parti entro 7 giorni dal licenziamento.

Nel caso in cui non si trovi un accordo sull’indennizzo, il lavoratore può fare ricorso al giudice, che però potrebbe dargli torto e vedersi ridotto il risarcimento proposto in sede di conciliazione: se il giudice ritiene effettivamente illegittimo il licenziamento può a sua discrezione stabilire comunque un indennizzo più basso, ad esempio nel caso in cui ritenesse che la conciliazione fosse adeguata e sia stata rifiutata senza validi motivi. Esiste quindi una sorta di valutazione del comportamento “negoziale” fra le parti.

Flessibilità in entrata

I cambiamenti sulla flessibilità in uscita vengono controbilanciati da un ammorbidimento su quanto previsto per la flessibilità in entrata, argomento caro ad Industria e PMI.

In vista cambiamenti sui due punti chiave: l’aliquota aggiuntiva dell’1,4% sui contratti a tempo determinato (che ha provocato non poche proteste da parte delle imprese) e il contributo per finanziare l’Aspi, (l’assicurazione sociale per l’impiego che di fatto sostituirà la mobilità).

Iter del ddl

Il testo del Ddl di Riforma del lavoro va ora al Quirinale per la firma: il documento da sottoporre al Capo dello Stato contiene le linee guida della bozza Fornero (che nell’impianto generale sono state confermate), accompagnate dall’intesa politica raggiunta nel vertice notturno del 3 aprile e dalla relazione tecnica successiva.

Palazzo Chigi ha comunicato che è stato raggiunto l’impegno «per un iter di approvazione efficace e tempestivo della riforma in Parlamento».  Alla riunione a Palazzo Giustiniani, erano presenti oltre al premier Mario Monti e ai segretari di maggioranza (Alfano, Bersani e Casini) anche il ministro del Lavoro Elsa Fornero, il vice-ministro all’Economia Vittorio Grilli e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà.

Dopo la firma del Quirinale, inizierà l’iter parlamentare del Ddl.

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