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Riforma del lavoro: sul tavolo articolo18 e costi PMI

di Barbara Weisz

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Le PMI rischiano di pagare il prezzo più salato della riforma del lavoro, con un costo di 1,2 miliardi per la nuova Aspi: verso uno slittamento delle scadenze per il dibattito su ammortizzatori e articolo 18.

Si lavora per rendere meno gravosi i maggiori costi per le imprese ora come ora previsti dalla bozza della riforma del lavoro: le misure allo studio sono destinate ad avere un forte impatto sulle PMI, la cui posizione resta dura: «alle attuali condizioni non possiamo firmare» ribadisce Rete Imprese Italia, che rappresenta al tavolo delle trattative cinque sigle (Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti).

Lo scoglio numero uno è rappresentato dagli ammortizzatori sociali, che così come previsti dalla bozza del Governo costerebbero qualcosa come 1,2 miliardi.

Ammortizzatori sociali

È uno dei capitoli più corposi della riforma del mercato del lavoro, che introduce diversi nuovi strumenti, il più importante dei quali è l’assicurazione generale per l’impiego (Aspi). La bozza del governo prevede l’istituzione di un apposito fondo pagato da tutte le imprese (anche dalle PMI), con un’aliquota dell’1,3% per i lavoratori dipendenti, che sale al 2,7% per i contratti a termine (riassorbibile in caso di trasformazione del contratto a tempo indeterminato). Qui, sembra che i tecnici stiano lavorando per un ammorbidimento, da attuare attraverso uno slittamento dei termini dell’entrata in vigore di queste aliquote: non più nel 2015, ma gradualmente per arrivare a regime nel 2016-2017.

La posizione delle PMI

Rete Imprese Italia minaccia di non firmare l’accordo «se non ci saranno modifiche sostanziali». Anche perché l’aggravio rappresentato dai 1,2 miliardi aggiuntivi l’anno solo per i nuovi ammortizzatori sociali «si somma a quelli già caricati sui titolari delle imprese artigiane e del commercio a causa dell’aumento dei contributi previdenziali per 2,7 miliardi».

L’associazione guidata da Marco Venturi sottolinea che «non si può fare cassa solo con le imprese dei settori che garantiscono occupazione e crescita malgrado le forti difficoltà che attraversano», anche perché chiedere i soldi soprattutto alle imprese «non è quello che si aspettano i mercati, né quello che ci chiede l’Europa». Una posizione ammorbidita dalla considerazione, espressa dopo gli incontri al ministero del 14 marzo, dell’apertura di un «piccolo spiraglio», ancora non sufficiente ad ottenere il consenso delle PMI.

Fra le richieste di Rete Imprese Italia per reperire risorse al servizio della riforma degli ammortizzatori, la riduzione delle tariffe INAIL delle gestioni terziario e artigianato o di quelle all’INPS per la malattia (si segnala un avanzo strutturale annuo generato prevalentemente dai comparti del terziario e dell’artigianato), la valorizzazione dell’esperienza maturata nell’ambito della bilateralità.

Da sottolineare su questo punto (la flessibilità in entrata) anche la posizione critica della Confindustria: la presidente Emma Marcegaglia esprime «forte preoccupazione per il nuovo testo sulla flessibilità in entrata, con più costi, più burocrazia, rischio di ridurre l’occupazione invece di aumentarla» aggiungendo che senza cambiamenti firmare un accordo «sarebbe di certo un problema».

Il lavoro autonomo

Sul lavoro autonomo il principale motivo del contendere è rappresentato dal fatto che la bozza contiene l’indicazione di riequilibrare le aliquote contributive dovute alla gestione separata (ora al 28%) a quelle previste per il lavoro dipendente (al 33%). Su questo si registra fra le altre cose la protesta dell’Acta, associazione dei consulenti del terziario avanzato, che non è presente al tavolo.

L’articolo 18

E infine, l’articolo 18. Come è noto, è la parte del negoziato che riguarda meno i piccoli imprenditori, perché prevede il reintegro dei lavoratori delle aziende sopra i 15 dipendenti. Ma comunque riguarda certamente le imprese di medie dimensioni, oltre che le grandi. La situazione si potrebbe definire di stallo: la proposta del Governo prevede di lasciare l’obbligo di reintegro solo per i licenziamenti discriminatori, mentre ci sono aperture per gli altri licenziamenti individuali: indennizzo economico per quelli dovuti a motivi economici, decisione del giudice per quelli disciplinari.

La Cgil però continua ad opporre resistenza: le proposte sentite fino ad ora non convincono la segretaria della Cgil, Susanna Camusso. Su questo esiste probabilmente anche una spaccatura interna alla Cgil, con un’ala più contraria e una più disponibile a cambiamenti dell’articolo 18.

Il prossimo appuntamento al tavolo è fissato per il 20 marzo e sarà fondamentale, con il Governo presente in forze: il premier, Mario Monti, i ministri Elsa Fornero (Lavoro) e Corrado Passera (Sviluppo Economico), Francesco Profumo (Istruzione), Vittorio Grilli (viceministro Economia), Antonio Catricalà (vicesegretario alla presidenza del Consiglio). Obiettivo: chiudere la riforma entro fine marzo.