Accertamento induttivo: non basta il lavoro in nero

di Redazione PMI.it

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Ordinanza di Cassazione chiarisce se e quando scatta la legittimità dell'accertamento induttivo puro basato sulla mera presenza di lavoratori in nero.

Con l’Ordinanza n. 24995/2018, la Corte di Cassazione ha stabilito che la presenza di lavoratori in nero non è sufficiente a far scattare l’accertamento induttivo puro a carico dell’azienda.

Accertamento induttivo puro

L’accertamento induttivo puro consente di ricostruire l’imponibile ai fini dei tributi sul reddito e dell’IVA prescindendo dalle scritture sociali. In teoria l’accertamento induttivo puro dovrebbe scattare solo se si verificano gravi violazioni contabili.

La Cassazione ha ricordato il consolidato orientamento della giurisprudenza che ritiene legittimo, in caso di irregolarità formali delle scritture contabili così gravi, numerose e ripetute da rendere inattendibili i dati in esse esposti, il ricorso al metodo induttivo di accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria, nonché l’impiego, ai fini della determinazione dei maggiori ricavi, dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, tra i quali sono compresi il volume di affari dichiarato dallo stesso contribuente e la redditività media del settore specifico in cui opera l’impresa sottoposta ad accertamento.

Nel caso esaminato, tuttavia, le uniche irregolarità contabili che avevano legittimato l’accertamento induttivo riguardavano le posizioni non regolari di due lavoratori dipendenti. In più risultava che i due lavoratori erano stati oggetto di regolarizzazione contributiva dopo poco tempo e le irregolarità contabili dell’impresa non risultavano così gravi e ripetute da legittimare il ricorso automatico da parte del Fisco all’accertamento induttivo puro.