Ceo, i migliori nel mondo secondo Harvard

di Barbara Weisz

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Il numero uno è Steve Jobs. Due italiani, entrambi banchieri, fra i primi 100: Matteo Arpe e Alessandro Profumo. Una sola donna. Età media al momento della nomina, 52 anni. La prima classifica della Harvard Business Review

Quanto hanno fatto guadagnare ai propri azionisti rispetto alla media delle altre aziende del proprio paese, qual è stato il ritorno rispetto al proprio settore, e come è cambiata in termini assoluti la capitalizzazione di mercato nel periodo in cui sono stati al comando.

Utilizzando questi tre parametri, la Harvard Business Review ha compilato per la prima volta una classifica dei migliori Ceo del mondo. Si tratta di una graduatoria internazionale, composta da top manager che rappresentano 48 diverse nazionalità e conducono compagnie situate in 33 paesi. Il primo in classifica, neanche a dirlo, è Steve Jobs, il numero uno di Apple. Seguono il coreano Yun Jong Yong, di Samsung, e Alexey B. Miller, della russa Gazprom.

Gli autori, Morten T. Hansen, docente di management a Berkeley e all’Insead, Herminia Ibarra, docente di modelli organizzativi all’Insead, e Urs Payer, associato di finanza sempre all’ateneo francese di Fontainbleau, ritengono che «un vero esame della leadership di un Ceo deve guardare a come la società funziona durante tutto l’arco di tempo in cui lui o lei sono stati al comando». L’indagine ha studiato i dati relativi a 2mila Ceo in tutto il mondo.

Per coloro che sono ancora al comando, sono stati considerati i risultati dal giorno di insediamento al 30 settembre 2009, per gli altri quelli conseguiti fino al termine del mandato. Altra importante nota metodologica: il lavoro riguarda solo i dirigenti che hanno preso in mano l’azienda dopo il ’95 ed entro il 2007. Per questo motivo, mancano nomi illustri come Bill Gates o Warren Buffett, entrami al comando da periodo precedenti.

Vediamo la top ten: Steve Jobs dal ’97 al 30 settembre scorso ha aumentato la capitalizzazione di 150 miliardi di dollari, ha conseguito un tsr, total shareholder return, del 3,226% rispetto al mercato americano e del 3,188% sul settore tecnologico. Yun Jong Yong dal 1996 al 2008 ha visto il valore di mercato salire di 127 miliardi di dollari, e ha raggiunto l’1,559% di country adjusted tsr e un l’1,458% di industry adjusted tsr.

Alexey B. Miller dal 2001 al 30 settembre 2009 ha apprezzato l’azienda di 101 miliardi di dollari e ha ottenuto un ritorno del 2,032% rispetto al paese e del 2,427% rispetto all’industria. Al quarto posto c’è John T. Chambres, in Cisco System dal 1995 (capitalizzazione salita di 152 miliardi), seguito da Mukesc D. Ambani, dal 2002 alla guida della indiana Reliance Industries (+72 miliardi). Sesta posizione per John C. Martin, dal ’96 a capo del colosso delle biotecnoligie nel settore farmaceutico Gilead Sciences (+39 miliardi), seguito da un altro americano, Jeff Bezos, numero uno di Amazon dal 1996, + 37 miliardi di dollari.

Quindi Margaret C. Whitman, al comando di eBay dal ’98 al 2008, +37 miliardi, Eric E. Schmidt, dal 2001 Ceo di Google, +101 miliardi, e infine Hugh Grant, dal 2003 in Monsanto, +35 miliardi. Fra questi dieci, solo quattro hanno un master in business administration, Chambers, Martin, la Whitman e Grant. 

Fra i 2mila Ceo di cui sono state misurate le performances, 731 erano ancora al comando il 30 settembre scorso. L’età media in cui sono diventati Ceo è di 52 anni. Solo il 15% lavora per una società che non si trova nel proprio paese d’origine. «Non c’è ancora un mercato del lavoro globale per i chief executive», scrivono gli autori.

Quanto agli italiani, fra i primi 100 se ne trovano due, entrambi banchieri: Matteo Arpe, amministratore delegato di Capitalia dal 2002 al 2007, in 36esima posizione, l’unico fra i primi 50, che ha fatto guadagnare agli azionisti l’equivalente di 22 miliardi di dollari, e Alessandro Profumo, ad di Unicredit dal 1997, 55esimo, con una capitalizzazione aumentata di 62 miliardi. 

Infine le donne: nella top ten se ne trova soltanto una, che è anche l’unica fra i primi cento. Su 2mila top manager le donne sono l’1,5%, ovvero 29. Gli autori fanno notare come, pur essendo questi numeri emblematici di un notevole gender gap, la situazione sta lievemente migliorando. Dieci anni fa c’erano solo tre donne a capo di una compagnia americana quotata, oggi sono 15 quelle che compaiono nella Fortune 500 list. Fra le 29 della graduatoria di Harvard, 19 sono state nominate dopo il 2002.

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