Anche i manager più giovani licenziati per la crisi

di Floriana Giambarresi

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Quello dei licenziamenti nei ruoli dirigenziali è un fenomeno che, a causa della crisi, non tiene più conto dell'età: eccone i dettagli.

La prassi dei licenziamenti tra i manager è un fenomeno che anche oggi non tiene conto dell’età: le aziende stanno infatti mandando a casa non solo i dirigenti con più esperienza, ma anche quelli più giovani. Ed è un fenomeno che riguarda da vicino anche l’Italia.

È quanto emerge da uno studio condotto da Assoconsult, ovvero la federazione di Confindustria che lancia un allarme su un fenomeno che appare oggi sempre più diffuso. «Il problema – dichiara Maria Rita Costantino, responsabile risorse umane, ricerca e selezione di Assoconsult –interessa non più e non solo professionisti intorno ai 50/58 anni, ma di recente anche casi di 40enni. Sempre più di frequente aziende italiane vengono acquisite da società estere e fatte oggetto di pesanti riduzioni di costi. In tempi di crisi, il lavoro diminuisce e il risultato è che un manager che guadagnava da 90 a 130 mila euro, viene sostituito spesso da un giovane che costa 40mila euro».

In pratica, a causa della recessione economica le aziende stanno licenziando i manager più costosi, anche se sono giovani e dalle ottime potenzialità, per far spazio a quelli che richiedono una retribuzione più economica. È questa la strategia di molte imprese, sia di piccole dimensioni, che di medie, grandi e multinazionali, anche operanti nel settore italiano.

Sono 13 mila i manager licenziati nel 2012 proprio a causa di motivi economici. Tra i manager che hanno perso il posto di lavoro nel 2012, il 26,9% aveva meno di 40 anni, e il 25,7% di quelli nella fascia d’età tra i 41 e i 50. Spiega il presidente di Manageritalia, Guido Carrella, che «L’illogicità sta anche nel fatto che nella retribuzione di un dirigente ha un peso sempre maggiore la componente variabile che permette di graduare il costo alla luce dell’effettivo andamento dell’azienda. Tutto questo è ancor più assurdo perché in altri contesti, Germania e Usa per primi, si sta fortemente rivalutando l’apporto di manager dotati di quelle competenze ed esperienze che meglio consentono di affrontare questi momenti di forte cambiamento e turbolenza».

Secondo i dati di Assoconsult, solo il 52% dei manager licenziati nel 2012 è riuscito a trovare un altro lavoro con un incarico di pari livello; il 18% si è dovuto accontentare di un contratto atipico, il 15% svolge attività da consulente, l’11% è diventato imprenditore e il 4% ha accettato il posizionamento di quadro. Secondo quanto comunicato da Fabio Ciarapica, partner di Praxi, il ricambio manageriale dovuto a questioni economiche è sempre più comune anche nelle aziende italiane:

«Già da due anni ormai molte aziende hanno adottato questa strategia. Purtroppo si tratta di una strategia vincente nel breve periodo e con effetti positivi sul conto economico, ma già ai 24 mesi diventa un boomerang. Gli effetti nel medio e lungo periodo sono rappresentati da gravi scompensi organizzativi e dal mancato allineamento tra gli obiettivi del singolo manager e quelli dell’azienda. In sostanza il taglio dei manager più competenti che hanno una conoscenza trasversale del business e delle dinamiche aziendali, comporta una frattura tra i top manager e i dirigenti di medio livello che non sono capaci di far dialogare tra di loro le diverse anime dell’impresa. E il risultato è ancora peggiore per il settore industriale dove il calo della qualità danneggia pesantemente la competitività».

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