Ddl Diffamazione, torna il carcere per i giornalisti

di Francesca Vinciarelli

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Torna il carcere per i giornalisti condannati per diffamazione, grazie ad un voto segreto al Senato sul Ddl Diffamazione: motivazioni, reazioni e iter di approvazione del decreto.

Stravolto il Ddl Diffamazione: con un voto a scrutinio segreto, il Senato riporta la pena del carcere per i giornalisti, mentre il precedente testo lo aveva sostituito con pesanti sanzioni pecuniarie e misure stringenti per obbligare gli editori alla rettifica:

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Ora però si torna indietro e si ripristina la detenzione fino ad un anno, in caso di condanna per diffamazione (al posto della sanzione da 5 mila a 50 mila euro). Misura che è stata approvata con 131 i voti favorevoli, 94 contrari e 20 astenuti.

Iniziativa che non è piaciuta al capogruppo dell’Udc, Gianpiero D’Alia: «un segnale di vendetta che disonora il Parlamento» e in più «la scelta di trincerarsi dietro il voto segreto è la prova regina della ferita inferta ai principi di libertà e pluralismo».

Della stessa linea di pensiero il vicecapogruppo del Pd a palazzo Madama, Luigi Zanda, il quale ritiene che questo dietro front costituisca un’«arma rancorosa contro la libertà di stampa» e il capogruppo Pdl Maurizio Gasparri: «una decisione sbagliata, presa nascondendosi dietro il voto segreto, che rischia di far rimanere in vigore le leggi vigenti invece di introdurre giuste innovazioni».

=> Confronta con gli obblighi di rettifica del Ddl Intercettazioni

La mossa del Senato ha lasciato spiazzato anche il presidente della commissione Giustizia, Filippo Berselli, relatore sul Ddl e palesemente spiazzato da «un voto trasversale di pancia contro la stampa. Non mi aspettavo certo questo risultato, perché c’era un accordo politico tra Pdl e Pd anche sugli emendamenti. Ora visti anche gli altri voti segreti che aspettano il provvedimento, la cosa più probabile e che non se ne faccia più nulla».

In molti auspicano quindi che la conferenza dei capigruppo, convocata dal presidente del Senato Renato Schifani, possa rendere nullo il provvedimento per non bloccare l’avanzata del Ddl Diffamazione.

In difesa della decisione del Senato è stato il senatore dell’Api Franco Bruno, per il quale il voto non va contro la libertà di stampa, ma contro «la libertà di diffamare». Per Roberto Maroni della Lega «è stata solo una provocazione, non essendoci alcun rischio di galera per i giornalisti».