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Vaccino Covid sul lavoro: proposta imprese e vuoti normativi

di Redazione PMI.it

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Proposta di vaccino Covid in azienda, disponibilità dai sindacati: serve protocollo e normativa aggiornata alla situazione pandemica, anche in tema INAIL.

Le imprese chiedono di essere coinvolte nella campagna vaccinale e chiedono al Governo un confronto per mettere a punto un protocollo specifico per il vaccino Covid in azienda. Su questo fronte, ci sono richieste specifiche da parte delle associazioni datoriali ed esprimono disponibilità anche le parti sociali. Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, insiste sulla richiesta al Governo di coinvolgere le fabbriche e altre strutture delle imprese (come i centri congressi) nella campagna di somministrazione del vaccino Covid. E chiede su questo l’apertura di un tavolo per mettere a punto un protocollo specifico. Una posizione che inserisce nel solco di un’analoga proposta presentate nelle scorse settimane da Confapi, che a sua volta ha presentato una proposta sui vaccini anti SARS COV-2 nelle imprese, con la collaborazione dei medici del lavoro.

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Arrivano riscontri anche dai sindacati: il segretario generale della Cgil Maurizio Landini dichiara di non avere nulla in contrario, sottolineando che anche su questo fronte bisogna muoversi nella cornice di un piano nazionale, applicando tutte le cautele sul fronte sanitario (medici, luoghi, organizzazione). Il problema, in assenza di una legge specifica sull’obbligo di vaccino Covid nei contesti di lavoro ad alto rischio, è essenzialmente legato alla privacy. Nei giorni scorsi, il Garante ha pubblicato delle FAQ che forniscono linee guida in base alle attuali normative. Molto in sintesi, il Garante spiega che il datore di lavoro non può chiedere ai dipendenti, o al medico del lavoro, notizie sull’avvenuta vaccinazione (in altri termini, non può chiedere se il dipendente è stato vaccinato). Anche nel caso di particolari attività (ad esempio le professioni sanitarie) con elevato rischio contagio, neppure se c’è il consenso del dipendente. allo stesso tempo decisivo, e che tenga conto della necessità di coniugare salute ed economia».

Confapi chiede «un tempestivo intervento chiarificatore sulla materia, che supporti le aziende in un momento complicato e

Da segnalare un chiarimento di Pasquale Stanzione, presidente dell’Authority per la protezione dei dati personali: «il Garante non si è in alcun modo pronunciato sul tema dell’esigibilità, da parte datoriale, della vaccinazione quale misura di protezione del lavoratore stesso e della sicurezza dell’ambiente di lavoro. L’Autorità si è limitata a chiarire che nei casi di esposizione diretta ad “agenti biologici” durante il lavoro, come in ambito sanitario, che comporta livelli di rischio elevati, si applicano le disposizioni vigenti sulle “misure speciali di protezione” previste per tali contesti, in attesa di eventuali, ulteriori disposizioni legislative».

In generale, la mancanza di una normativa adeguata alla situazione di pandemia Covid viene sollevata da più parti. Per esempio, è atteso il parere dell’INAIL sul diritto al risarcimento per infortunio sul lavoro di 15 infermieri che sono stati contagiati dopo aver rifiutato la vaccinazione.

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Anche su questo aspetto, nell’attesa della conclusione dell’istruttoria INAIL, il dibattito è acceso. Ci sono posizioni in base alle quali il rifiuto di vaccinarsi farebbe perdere il diritto al risarcimento sull’infortunio sul lavoro, altre di parere opposto basate sulla considerazione che l’azienda può destinare il personale a mansioni non a rischio. Il caso è del tutto particolare, anche perché riguarda personale sanitario, ma rappresenta bene tutte le variabili in gioco, che toccano diritti fondamentali (salute, lavoro, privacy, libertà di scelta) e priorità chiave (uscire dall’emergenza sanitaria, ripresa dell’economia). E quindi, anche l’importanza di riferimenti normativi e procedurali adeguati.