Imprese e crisi: il punto sulle Pmi italiane – 2

di Francesca Pietroforte

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La crisi ha avuto pesanti ripercussioni su fatturato e utili delle Pmi, salvaguardata la capacità di fare cassa. A tre anni abbondanti dallo scoppio della crisi economica, facciamo il punto in termini di impatto sulle Pmi italiane.

Detto questo però è opportuno sottolineare come pur avendo la crisi colpito sia le piccole che le grandi imprese, gli effetti siano stati diversi anche a seconda delle dimensioni: la recessione infatti ha generato effetti decisamente più traumatici per le piccole, con un crollo del fatturato misurabile in 11 punti percentuali, contro i 3 delle grandi, ma nonostante ciò le pmi hanno resistito generando cash flow operativi e tagliando rapidamente i costi, sfruttando al tempo stesso la cassa generata internamente per tamponare l’aumento del debito e la riduzione degli investimenti.

Diventa necessario, per le Pmi italiane che hanno dimostrato abilità nell’uscire indenni dalla crisi, cercare di consolidare la propria posizione evitando brusche ricadute che metterebbero a repentaglio la stabilità finanziaria fino ad oggi difesa. Per far ciò, per evitare cioè che margini risicati, minore efficienza del capitale (misurata analizzando la quantità di capitale necessaria per unità di fatturato) e maggiore pressione fiscale possano minarne l’efficienza, sono necessari diversi elementi:

  • Favorire un aumento delle dimensioni delle aziende piccole e medie, che consentirebbe di usufruire delle economie di scala oltre alla delocalizzazione della produzione.
  • Una maggiore innovazione di prodotto, con prodotti a margini maggiori e quindi più redditizi.
  • Semplificare la rete dei gruppi societari, che consentirebbe una maggiore snellezza e quindi una flessibilità più spiccata.

Pressione fiscale sulle Pmi

Un nodo rimane però la tassazione sulle Pmi, che non riguarda solo Ires (27,5%) e Irap (3,9%), ma che secondo il dato effettivo incide per il 36% su una grande impresa, per il 38% su una media e addirittura per il 52% su una piccola.

L’aliquota effettiva tuttavia va calcolata sull’utile contabile, derivante dai costi figurativi (ammortamenti o avviamenti) e le valutazioni soggettive (accantonamenti, conferimenti o rivalutazioni), e quindi, come fatto notare sempre da Penati, se pur omogeneo per tutte le aziende non può misurare in maniera corretta l’incidenza delle tasse sul valore di una società, definito invece dalla capacità di generare cash flow da dividere tra creditori e azionisti. Analizzando quest’ultimo parametro si nota che la differenza media degli ultimi cinque anni è ancora maggiore per le piccole, passando dal 29% delle grandi imprese al 35% delle medie fino al 74% delle piccole.