Intelligenza collaborativa per imprese social

di Alessia Valentini

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Kant esorta a servirsi della propria intelligenza, ma è utile capire di quale tipo si è dotati. Analizziamo quella collaborativa, descritta da Marco Minghetti nel suo libro sulla organizzazione delle imprese in ottica sociale.

Nel descrivere le modalità di pensiero dell’intelligenza umana finora ci si riferiva a quella logica (astrazione e analisi), creativa (sintesi e costruzione del nuovo) o emotiva (riconoscere, comprendere e gestire in modo consapevole le emozioni proprie ed altrui). Ma oggi si parla anche di quella collaborativa, che valorizza l’esperienza e la specificità dei singoli mediante la collaborazione su piattaforme social: l’idea è quella di raccogliere l’intelligenza di un gruppo sociale per condividere idee, attività e problemi. Un’intelligenza di sciame che emerge dalla collaborazione mediante piattaforme social.

Management 2.0

Grazie all’intelligenza collaborativa, un’azienda può sfruttare l’ingegno collettivo e connettivo espresso mediante la rete. Lo schema organizzativo evolve verso un Management 2.0. Il cambiamento riguarda il piano delle responsabilità: nel modello “ordina ed esegui” nessuno si sente coinvolto nelle decisioni e resta neutro – se non disinteressato – rispetto all’obiettivo finale. La collaborazione estende invece le responsabilità, trasformandola da individuale a collettiva. In parole semplici, di un fallimento, si passa da “di chi è la colpa?” a “come mai è successo?”.Prima, invece, vigeva un approccio “comando e controllo” (derivato da Frederick Taylor), secondo cui qualcuno è pagato per pensare e tutti gli altri per eseguire.  Peccato che se il management non possiede tutte le giuste competenze l’azienda ne paga le conseguenze. Soprattutto se manca l’attitudine a prendersi cura delle risorse umane (vedi le conseguenze del winner effect n.d.r.) per motivarle a farle crescere. In questi manager prevale il timore di allevare futuri rivali piuttosto che l’impegno a costruire i professionisti di domani. Da qui l’utilità di passare da uno stile di leadership di tipo autoritario ad uno di tipo connettivo, che metta in relazione idee e capacità di tutti ai fini di un target condiviso. Si arriva quindi al management 2.0, che traghetta le aziende verso la social organization.

Il cambiamento

L’azienda dovrebbe diventare una realtà adattiva e la sua organizzazione disporsi al cambiamento continuo in maniera “automatica, spontanea e riflessiva”. Questi concetti erano stati espressi dieci fa nel Manifesto dello Humanistic Management, che integra ICT, poesia, arte e filosofia come catalizzatori di una integrazione organizzativa, una cultura d’impresa e modalità di gestione del personale innovative, sfruttando contaminazione, diversità e multidisciplinarità.  Nel suo libro sull’intelligenza collaborativa, Marco Minghetti suggerisce un percorso in tre step per l’azienda e la sua funzione HR: prima l’azienda implementa gradualmente una trasformazione organizzativa, poi adegua le politiche e i processi delle Risorse Umane alle logiche del lavoro collaborativo e infine attua specifici principi e valori attorno ai quali edificare i nuovi comportamenti diffusi, competenze e stili di leadership 2.0. Testimonial del nuovo approccio, numerosi manager di aziende di successo: Cisco, Nokia, Vodafone, Gucci, Pirelli, Telecom Italia. Sul sito di Minghetti, oltre alla spiegazione dei singoli concetti della teoria viene recensito il libro e resi disponibili video-interviste e testimonianze dei manager che hanno già trasformato le loro imprese.