Stipendi e pensioni più bassi di un terzo per le donne e nella grande maggioranza dei casi con abbandono del lavoro dopo la nascita di un figlio. Sono i dati dell’ultimo Bilancio di genere MEF, la relazione della Ragioneria Generale dello Stato presentata in Commissione Bilancio della Camera, che ogni anno misura l’impatto delle politiche pubbliche riclassificando i conti dello Stato in chiave di genere. Il gap tra donne e uomini che emerge riguarda in modo particare stipendio e pensione, evidenziando un percorso costellato di ostacoli che si accumulano lungo tutta la vita lavorativa.
Spesa pubblica contro il divario di genere
La spesa pubblica destinata a ridurre le diseguaglianze di genere è limitata allo 0,47% degli impegni complessivi al netto del personale. Il grosso del bilancio continua a stare altrove: 784,7 miliardi classificati come neutrali al genere, 175,9 miliardi come sensibili e 98,3 miliardi ancora da approfondire. Di quel 5,02 miliardi, l’85,78% transita attraverso l’INPS per congedi, maternità e assistenza; 200 milioni vanno ai Comuni per la costruzione e ristrutturazione degli asili nido. La traiettoria è comunque in crescita: da 4,31 miliardi nel 2023 a 5,39 miliardi stimati nel 2025 e 6,41 miliardi nel 2026, spinti in larga parte dal bonus mamme.
Maternità e lavoro, ancora dimissioni dopo il parto
Il tasso di occupazione femminile nel 2024 ha raggiunto il 53,3%, superando i livelli pre-Covid, con una distanza di quasi 13 punti dalla media europea (66,2%) e un gap con gli uomini di 17,8 punti. La maternità è il fattore discriminante: il rapporto tra l’occupazione delle donne tra 25 e 49 anni con almeno un figlio in età prescolare e quella delle donne senza figli è pari al 75,4%, segno che avere un figlio riduce le chance lavorative della madre.
Nel 2024 le convalide di dimissioni volontarie legate alla genitorialità hanno riguardato 42.237 lavoratrici madri e 18.519 lavoratori padri: in sette casi su dieci a lasciare il lavoro è stata la donna. Tra chi lascia, il 79,3% ha tra i 29 e i 44 anni, nella fase più produttiva della carriera.
Tutele per la genitorialità in chiaroscuro
Sul fronte della conciliazione vita-lavoro, la retribuzione per il congedo parentale è salita dal 30% all’80% grazie alle prime tre leggi di bilancio Meloni, con un utilizzo crescente dello strumento. Irrisolto invece il nodo del part-time involontario: nel 2024 il 46,1% delle lavoratrici a tempo parziale si trova in quella condizione senza averla scelta, con effetti a cascata su salario, carriera e pensione futura. La stabilità occupazionale segna ancora un divario: il 64,0% delle donne è nella stessa posizione lavorativa da almeno 60 mesi, contro il 68,3% degli uomini.
Reddito povero: le donne guadagnano il 31% in meno
Il divario medio di reddito tra uomini e donne è pari al 31%, ancora nettamente inferiore rispetto a quello degli uomini. Il gap è più accentuato nelle regioni del Nord, dove i redditi medi sono più alti e la partecipazione femminile al mercato del lavoro è più elevata.
Su oltre 42,5 milioni di contribuenti IRPEF, le donne rappresentano il 47,7% ma il reddito dichiarato dalle donne vale solo il 38,5% del totale, con riflessi diretti sull’imposta netta versata. Il 44,7% delle donne dichiara fino a 15mila euro, contro il 28% degli uomini. Sopra i 50mila euro si colloca solo il 4,3% delle contribuenti femminili, contro il 10% degli uomini.
Il divario salariale passa dallo stipendio alla pensione
Le donne italiane ricevono in media una pensione inferiore del 28,6% rispetto a quella degli uomini, contro la media europea del 24,5%: uno scarto di quattro punti con l’Europa che riflette carriere più discontinue, retribuzioni più basse, part-time involontario e interruzioni legate alla cura familiare. Le donne rappresentano il 51,5% dei contribuenti pensionistici ma percepiscono solo il 42,7% delle prestazioni erogate. Nel lavoro autonomo la presenza femminile scende al 28,5% dei contribuenti. Il divario salariale di oggi — reddito medio dichiarato inferiore del 31% — si trasforma nella pensione più povera di domani: è esattamente questo lo snodo strutturale che il Bilancio di genere MEF torna a certificare ogni anno senza che il quadro cambi in misura sufficiente.
Le imprese femminili sono infine il 22,2% del totale (circa 1,3 milioni) e operano per il 68,1% nei servizi. Nella previdenza complementare le donne sono appena il 38,4% degli iscritti, con un tasso di partecipazione del 34,1% contro il 41,3% degli uomini.