Pmi a rischio recessione

di Filippo Davide Martucci

scritto il

Scenari di mercato di fronte alla crisi: l'unica speranza è l'internazionalizzazione, ma scelte come l'abolizione dell'ICE rischiano di affossare le Pmi che puntano all'Export.

Le Pmi italiane stanno affrontando una congiuntura drammatica, tra rischio di recessione, crescita sempre più moderata e concreti timori di stagnazione, in un 2011 vissuto sul filo del rasoio, con la crisi economica che ha coinvolto definitivamente anche gli Stati Ue mettendo addirittura a repentaglio l’esistenza dell’Euro.

Fattori di crisi

Il rischio più alto è quello della recessione, che finirebbe inevitabilmente per portare con sé crisi dell’occupazione e quindi calo dei consumi.

Ma anche le tensioni speculative sui costi delle materie prime, oltre alla crisi dell’Euro, con l’aumento del Dollaro rispetto alla moneta unica, che potrebbe frenare le esportazioni rappresentano un rischio molto forte.

A ciò va aggiunta la revisione al ribasso delle stime di crescita del PIL anche per il 2012 e una manovra finanziaria che ha “dimenticato” le misure per lo sviluppo, la crescita industriale e i consumi delle famiglie, oltre a un’inflazione che, sulla spinta del costo della bolletta, ha raggiunto il livello più alto in Italia dal 2008.

Scenari di mercato

Per quanto riguarda l’industria manifatturiera, uno dei comparti maggiori del Made in Italy con 6.300 aziende, 182 mila dipendenti, 34 miliardi di euro di fatturato nel 2010 di cui il 67% proveniente dalle esportazioni, l’obiettivo è venir fuori dal ristagno che già ha prodotto molte vittime, e dove solo chi ha puntato sulla internazionalizzazione è riuscito a crescere.

L’Exportconsente dunque di guardare al futuro in maniera meno negativa, sperando di chiudere bene il 2011, visto che se nel 2010 le aziende avevano chiuso per ferie il più a lungo possibile, quest’anno hanno dovuto accorciare i giorni di chiusura per far fronte alle commesse.

Anche il settore della meccanica varia e affine dovrebbe contare su un 2011 in crescita con un +2,6% trainato, anche per questo settore, dal +4% fatto registrare dalle esportazioni. Ma senza illusioni di molte commesse dal mercato interno. Lo stesso vale per l’industria del mobile, che lamenta una domanda interna in stasi e che meriterebbe incentivi simili a quelli adottati in Francia (magari con l’IVA sugli arredi affrancata a quella della prima casa). Diverso invece il discorso per le imprese elettrotecniche ed elettroniche: se nel primo caso si assiste a una sostanziale tenuta, nel secondo invece abbiamo una brusca caduta degli ordini, il che finisce per dare instabilità all’intero settore.

Sintetizzando, si può affermare che i presupposti di una crisi strutturale esistono eccome, ma al tempo stesso esistono strumenti di sopravvivenza che avvantaggiano soprattutto chi internazionalizza.

Internazionalizzazione e abolizione ICE

Certo, anche in questo caso le difficoltà non mancano, anche a causa dell’abolizione dell’ICE (Istituto Nazionale del commercio estero) e la chiusura dei suoi uffici, cosa che ha fatto mancare alle Pmi che volevano spingersi fuori dal mercato nazionale un importante punto di riferimento. Per ora, federazioni e associazioni di categoria stanno cercando di sostituirsi all’ICE ma, fino a quando ciò sarà possibile e con quali garanzie non è dato sapere.

Il rischio è che il processo di internazionalizzazione subisca una brusca frenata, pericolo reso più cogente dall’aumento del costo delle materie prime, a causa della speculazione, e da un Dollaro sempre più forte, che minano la capacità delle nostre imprese di vendere all ‘ estero, non solo negli Stati Uniti ma anche nel Bric. Il mercato interno non può rappresentare una soluzione, se dati alla mano in ben 17 regioni della penisola i consumi familiari sono ai livelli del 2000.

Richieste degli imprenditori

Le soluzioni indicate dagli imprenditori sono chiare: lotta alla piaga dell’evasione fiscale, che consentirebbe una incidenza minore della tassazione non solo sulle imprese stesse ma soprattutto sulle famiglie, rilanciandone la disponibilità a spendere; le grandi infrastrutture in grado di ammodernare il Paese; lo sviluppo degli incentivi, che per mesi hanno mantenuto in piedi il sistema produttivo sostenendo la spesa e favorendo quindi la produzione.

La debolezza dell’economia nazionale intanto costringe le banche a guardarsi intorno e a spostare i propri investimenti oltreconfine attraverso un riassetto delle partecipazioni all ‘ estero e investimenti selettivi in aree promettenti. Ciò va bene se significa acquisizione di competenze specifiche da far rientrare in Italia, ma è negativo se rappresenta scarsa fiducia nei confronti della nostra economia e del nostro sistema produttivo.

Oggi le Pmi non possono fare a meno dell’apporto delle banche, e fanno sempre più fatica a seguire le grandi imprese che si muovono su distanze più ampie e riescono ad abbattere i costi sfruttando le economie di scala. Puntare sulle reti d’impresa può essere una soluzione, a patto che le strutture siano snelle e in grado di garantire rapidità ed efficienza.