Sono 674mila le imprese a rischio insolvenza in Italia nei prossimi dodici mesi, il 12,1% dei 5.570.296 soggetti attivi censiti dalle Camere di commercio. La fotografia arriva dall’osservatorio Business Scan 2026 di Sevendata, che stima la probabilità di difficoltà finanziarie tali da compromettere la continuità aziendale su un orizzonte di dodici mesi, tra febbraio 2025 e febbraio 2026, e restituisce un Paese diviso quasi in due lungo la linea della solidità patrimoniale.
In sintesi:
- quota nazionale di imprese a rischio salita di un punto rispetto alla rilevazione 2025;
- divario territoriale dal 17,5% del Lazio al 6,6% del Trentino-Alto Adige, oltre dieci punti di distanza;
- rating costruito su dati camerali, bilanci, eventi pregiudizievoli e profili del management, con modelli a reti neurali;
- segnalazione dell’Agenzia delle Entrate dopo 5.000 euro di IVA scaduta e non versata (art. 25-novies del DLgs. 14/2019.
La mappa regionale del rischio insolvenza
Il Lazio è la regione più esposta d’Italia, con il 17,5% delle imprese classificate a rischio, quasi una su sei. All’estremo opposto il Trentino-Alto Adige si ferma al 6,6%, il valore più basso del Paese, con Bolzano al 5,8% e Trento al 7,5%. Il divario tra le due regioni è di quasi tre volte, un dato che pesa più della distinzione tradizionale tra Nord e Sud, visto che la Lombardia (12,6%) si colloca sopra la media nazionale mentre le Marche (10,1%) restano sotto.
| Regione | Imprese a rischio insolvenza |
|---|---|
| Lazio | 17,5% |
| Calabria | 14,0% |
| Campania | 13,8% |
| Sicilia | 13,1% |
| Abruzzo | 13,0% |
| Lombardia | 12,6% |
| Molise | 12,2% |
| Umbria | 12,1% |
| Puglia | 12,1% |
| Basilicata | 11,8% |
| Liguria | 11,4% |
| Sardegna | 11,1% |
| Toscana | 11,0% |
| Emilia-Romagna | 10,5% |
| Marche | 10,1% |
| Veneto | 9,0% |
| Friuli-Venezia Giulia | 8,7% |
| Piemonte | 8,6% |
| Valle d’Aosta | 7,5% |
| Trentino-Alto Adige | 6,6% |
La media italiana si colloca al 12,1%. Sopra quella soglia si trovano dieci regioni, comprese due grandi economie settentrionali come Lombardia ed Emilia-Romagna, quest’ultima però al 10,5%. Il numero delle imprese attive, nel frattempo, cala dello 0,8% su base nazionale, mentre alcuni territori come il Trentino-Alto Adige registrano un incremento dell’1,2%.
Quali sono i settori più a rischio
Il profilo settoriale del rischio si ripete con notevole coerenza da un territorio all’altro. In cima alla scala di vulnerabilità stanno sempre i fornitori di energia e le attività estrattive, seguiti dalla gestione di acqua e rifiuti e dal comparto immobiliare. In fondo, tra le attività più solide, compaiono agricoltura e pesca, istruzione e attività finanziarie e assicurative.
Le percentuali variano da regione a regione perché Sevendata rilascia le tabelle settoriali su base territoriale. In Friuli-Venezia Giulia i fornitori di energia arrivano al 27,3%, le attività estrattive in cava al 20,7%, la gestione di acqua e rifiuti al 16% e l’immobiliare al 13,9%. In Veneto l’ordine si inverte ai primi due posti, con le estrattive al 28,1% e i fornitori di energia e gas al 26,8%, seguiti dall’immobiliare al 15,5% e da acqua e rifiuti al 14,8%. Sono comparti a forte intensità di capitale, esposti alla volatilità dei prezzi delle materie prime e a cicli di investimento lunghi, dove uno scarto sui flussi di cassa si trasmette rapidamente alla sostenibilità del debito.
Rischio predittivo vs. insolvenze effettive
Le 674mila imprese classificate a rischio non sono 674mila imprese destinate a fallire. Il rating Sevendata misura una probabilità, costruita su bilanci, eventi pregiudizievoli, scoperti bancari, profili del management e indicatori strutturali, elaborati con modelli a reti neurali su un orizzonte di dodici mesi. È uno stock di vulnerabilità potenziale, non un conteggio di procedure. Il flusso effettivo si muove su ordini di grandezza incomparabilmente più contenuti: secondo Allianz Trade le procedure concorsuali italiane sono cresciute del 26% nel 2025, riportandosi sui livelli precedenti la pandemia, con PMI di commercio, costruzioni, manifattura e ospitalità che insieme superano il 60% dei casi.
Un profilo a rischio segnala una fragilità che può essere corretta finché i margini di manovra esistono, ed è esattamente la logica su cui poggia il rischio di insolvenza elevato per le imprese italiane rilevato anche dagli osservatori internazionali, che collocano l’Italia sopra Francia, Germania e Spagna.
Soglie per la segnalazione dei creditori pubblici
L’impresa non deve attendere un rating esterno per sapere se è entrata in zona di allerta, perché gli importi sono scritti nella legge. L’art. 25-novies del D.Lgs. 14 del 2019 obbliga INPS, INAIL, Agenzia delle Entrate e Agenzia delle Entrate-Riscossione a comunicare via PEC all’imprenditore, e all’organo di controllo dove esiste, il superamento di soglie di debito scaduto precise, con invito a valutare l’istanza di composizione negoziata.
Sono valori bassi per costruzione, pensati per intercettare la difficoltà prima che diventi irreversibile.
| Creditore pubblico qualificato | Soglia che fa scattare la segnalazione |
|---|---|
| INPS | Contributi non versati da oltre 90 giorni, superiori al 30% di quelli dovuti nell’anno precedente e a 15.000 euro con lavoratori subordinati e parasubordinati, oppure a 5.000 euro senza |
| INAIL | Premi assicurativi scaduti da oltre 90 giorni e non versati, superiori a 5.000 euro |
| Agenzia delle Entrate | Debito IVA da liquidazione periodica superiore a 5.000 euro e non inferiore al 10% del volume d’affari dell’anno precedente, con segnalazione sempre dovuta oltre 20.000 euro |
| Agenzia delle Entrate-Riscossione | Crediti affidati per la riscossione scaduti da oltre 90 giorni, superiori a 100.000 euro per le imprese individuali, 200.000 euro per le società di persone, 500.000 euro per le altre società |
Dal 28 settembre 2024, con l’entrata in vigore del decreto correttivo D.Lgs. 136 del 2024, la segnalazione resta interna: viene indirizzata all’organo amministrativo e a quello di controllo, senza passaggi verso organismi esterni. La responsabilità della reazione ricade interamente sull’impresa, e il silenzio dopo una segnalazione ricevuta pesa sul giudizio di adeguatezza degli assetti.
Gli indicatori interni che anticipano la crisi
Accanto alle segnalazioni esterne, l’art. 3, comma 4, dello stesso Codice elenca i segnali di allarme che ogni impresa deve essere in grado di rilevare per conto proprio, attraverso assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati alla propria dimensione, come impone l’art. 2086, comma 2, del Codice civile. Sono quattro condizioni misurabili sul bilancio di verifica di qualunque mese:
- debiti per retribuzioni scaduti da almeno 30 giorni, per un ammontare superiore alla metà del monte retributivo mensile complessivo;
- debiti verso fornitori scaduti da almeno 90 giorni, di ammontare superiore a quello dei debiti non ancora scaduti;
- esposizioni verso banche e intermediari finanziari scadute o sconfinate da più di 60 giorni, pari ad almeno il 5% del totale delle esposizioni;
- esistenza di una o più esposizioni debitorie tra quelle previste dall’art. 25-novies.
La verifica richiesta è prospettica: gli assetti devono consentire di valutare la sostenibilità dei debiti e la continuità aziendale per almeno i dodici mesi successivi. È lo stesso orizzonte temporale su cui lavora il rating Sevendata, e la coincidenza non è casuale. Il 12,1% di imprese a rischio misura, in larga parte, quanto poco quel presidio interno sia stato costruito.