Le riforme fiscali varate tra il 2021 e il 2026 hanno più che compensato il drenaggio fiscale generato dall’inflazione, con un beneficio medio di 40 euro per contribuente. È quanto certifica l’Istat nella nota sull’andamento dell’economia italiana di marzo-aprile 2026, che fotografa anche un PIL in crescita dello 0,2% nel primo trimestre su base congiunturale. Il bilancio è favorevole soprattutto per i redditi medio-bassi e i lavoratori dipendenti, mentre pensionati e redditi elevati risultano non interamente compensati.
- Drenaggio fiscale, i numeri Istat dopo cinque anni di riforme
- Assegno Unico e IRPEF, doppia difesa dall’inflazione
- Chi ha guadagnato e chi ha perso con le riforme fiscali
- Inflazione in aumento, fiscal drag sotto i riflettori
- PIL, la domanda interna il punto debole
- Occupazione in calo per donne, giovani e over 50
Drenaggio fiscale, i numeri Istat dopo cinque anni di riforme
L’ISTAT ha analizzato l’impatto delle misure fiscali introdotte a partire dal 2021 attraverso il modello FaMiMod, uno strumento di microsimulazione che consente di stimare gli effetti distributivi delle politiche pubbliche sui redditi delle famiglie italiane. I risultati, inseriti come focus tematico nella nota congiunturale pubblicata il 12 maggio 2026, indicano che le riforme del quinquennio hanno più che annullato la pressione aggiuntiva dell’inflazione sul prelievo fiscale.
Il fiscal drag (drenaggio fiscale) è il fenomeno per cui l’aumento nominale dei redditi, in presenza di un sistema IRPEF a scaglioni non indicizzati all’inflazione, spinge automaticamente i contribuenti verso aliquote più elevate: il reddito sale sulla carta, il potere d’acquisto reale rimane fermo, le tasse aumentano come se la capacità contributiva fosse cresciuta davvero. Il ciclo inflazionistico del 2022-2023 ha reso questa distorsione particolarmente acuta per milioni di lavoratori e pensionati italiani, riaprendo il dibattito su un problema strutturale mai del tutto risolto nel sistema tributario italiano.
Assegno Unico e IRPEF, doppia difesa dall’inflazione
Due sono i pilastri della compensazione certificata dall’Istat. Il primo è la progressiva riforma dell’IRPEF, che ha incluso la revisione delle aliquote, la rimodulazione delle detrazioni da lavoro dipendente e la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. Il secondo — indicato dall’Istituto come cruciale — è il passaggio dalle vecchie detrazioni per i figli a carico all’Assegno Unico Universale, la cui legge istitutiva prevede per legge l’indicizzazione degli importi al costo della vita.
È proprio questo meccanismo di indicizzazione automatica all’inflazione a distinguere strutturalmente l’Assegno Unico dalle detrazioni che ha sostituito: mentre le detrazioni erano statiche e si erodevano silenziosamente con ogni ciclo di prezzi in rialzo, l’Assegno Unico rivaluta annualmente gli importi seguendo l’indice ISTAT dei prezzi al consumo. Per il 2026 la rivalutazione applicata è stata dell’1,4%, con importi che vanno da 58,30 euro al mese per i redditi oltre soglia a 203,80 euro per i nuclei con ISEE più basso.
Chi ha guadagnato e chi ha perso con le riforme fiscali
I benefici delle riforme non si sono distribuiti in modo uniforme. Le famiglie con figli a carico nelle fasce di reddito medio-basso e i lavoratori dipendenti hanno registrato i guadagni più consistenti in termini di compensazione del drenaggio fiscale, con un saldo complessivo positivo che supera la media dei 40 euro per contribuente indicata dall’ISTAT.
Diversa la situazione per le fasce escluse o non pienamente coperte. I pensionati, i cui redditi sono già soggetti a perequazione automatica sulle prestazioni lorde ma non godono delle stesse leve compensative dei lavoratori attivi, risultano penalizzati o non interamente compensati secondo le stime del modello FaMiMod. Anche i redditi più elevati — al di sopra della soglia di accesso agli interventi mirati — escono dalla compensazione piena. Le famiglie senza figli, a prescindere dalla fascia di reddito, non beneficiano del meccanismo di indicizzazione dell’Assegno Unico, che rimane riservato ai nuclei con figli a carico.
Inflazione in aumento, fiscal drag sotto i riflettori
Mentre il bilancio 2021-2026 evidenzia una compensazione complessivamente positiva, i dati più recenti riportano il fiscal drag al centro dell’agenda fiscale. Secondo le stime preliminari dell’ISTAT, ad aprile 2026 l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) è aumentato del 2,9% su base tendenziale, con un’accelerazione marcata rispetto all’1,6% di marzo. La spinta arriva dalla forte crescita dei prezzi dei beni energetici e degli alimentari non lavorati, in parte riconducibile agli effetti del conflitto in Medio Oriente sui mercati delle materie prime energetiche.
A questo livello di inflazione, le riforme già varate non garantiscono automaticamente la stessa protezione del quinquennio precedente, in assenza di un meccanismo strutturale di indicizzazione degli scaglioni IRPEF. Il Partito Democratico ha annunciato un’interrogazione al ministro Giorgetti per chiedere se il Governo intenda introdurre una revisione periodica delle soglie IRPEF contro il drenaggio fiscale cumulativo. Il viceministro Leo ha invece accolto le stime ISTAT come conferma della bontà delle riforme già approvate, definendo «giusta la rotta» tracciata dalla delega fiscale.
PIL, la domanda interna il punto debole
Il PIL italiano ha registrato nel primo trimestre del 2026 una crescita dello 0,2% su base congiunturale e dello 0,7% su base tendenziale, proseguendo il percorso di espansione avviato nella seconda metà del 2025. La crescita acquisita per il 2026 si attesta allo 0,5%, una base statistica positiva che lascia tuttavia poco margine a eventuali shock nel corso dell’anno. Nel confronto europeo, l’Italia fa meglio della Francia ferma a quota zero, ma rimane distante da Spagna (+0,6%) e Germania (+0,3%).
Dal lato dell’offerta, la crescita del valore aggiunto è trainata dai servizi, mentre agricoltura e industria registrano una flessione. Dal lato della domanda, la componente estera netta fornisce un contributo positivo, mentre la domanda interna al lordo delle scorte fornisce un contributo negativo al dato complessivo. La produzione industriale ha segnato a marzo il secondo incremento congiunturale consecutivo (+0,7%), ma nella media del primo trimestre è comunque diminuita dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti.
Occupazione in calo per donne, giovani e over 50
Sul fronte del mercato del lavoro, l’Istat registra a marzo 2026 una lieve flessione degli occupati: il calo congiunturale è dello 0,1% rispetto a febbraio, per un totale di 24 milioni e 124mila unità. Su base annua la riduzione è di 30mila unità. Il tasso di occupazione si attesta al 62,4%, invariato sul mese ma in calo di 0,3 punti percentuali rispetto a marzo 2025. Il tasso di disoccupazione scende leggermente al 5,2% su base mensile, mentre sale il tasso di inattività.
Il calo di marzo coinvolge in modo selettivo tre categorie specifiche:
- le lavoratrici donne, che registrano la contrazione più consistente tra i gruppi analizzati;
- i giovani tra i 15 e i 24 anni, fascia strutturalmente più esposta alle oscillazioni congiunturali;
- i lavoratori con almeno 50 anni di età, segmento che include sia dipendenti a termine sia autonomi.
Il dato mensile va tuttavia contestualizzato: nel primo trimestre 2026 nel suo insieme, la dinamica congiunturale degli occupati evidenzia una lieve crescita dello 0,1%, segnale che il mercato del lavoro nel complesso ha retto nonostante le pressioni esterne legate al caro energia e all’incertezza geopolitica.