La ripresa dei consumi che l’Ufficio Studi Confcommercio certifica per il 2026 si ferma alla frontiera di dieci regioni. Le stime sulla regionalizzazione del PIL e dei consumi diffuse l’11 luglio 2026 dicono che, con il prodotto nazionale a +0,9% e la spesa delle famiglie a +1,2%, metà delle regioni italiane lavora ancora su un mercato interno più piccolo di quello del 2007. Per le imprese del commercio e dei servizi il segno più davanti alla variazione annua convive con un livello di domanda che vent’anni di crisi non hanno restituito.
In sintesi:
- il PIL italiano è stimato a +0,9% nel 2026 e i consumi sul territorio a +1,2%, dopo il +0,5% e il +1,0% del 2025;
- la Lombardia guida entrambe le classifiche con PIL a +1,2% e consumi a +1,8%;
- dieci regioni hanno consumi 2026 sotto l’indice 100 del 2007, dalla Sicilia a 86,8 alla Liguria a 98,1;
- Basilicata e Calabria sono le uniche due regioni in cui i consumi crescono meno del PIL;
- il Mezzogiorno chiude il 2026 con consumi a quota 90,2 dell’indice 2007, contro il 107,0 del Nord.
Consumi sotto i livelli del 2007 in dieci regioni
Dieci regioni su venti chiudono il 2026 con consumi sul territorio inferiori a quelli del 2007, secondo i numeri indice dell’Ufficio Studi Confcommercio. La lista comprende l’intero Mezzogiorno tranne il Molise, e include anche tre regioni del Centro-Nord, cioè Liguria, Umbria e Marche. Il divario, letto sui livelli e non sulle variazioni annue, smette di essere una questione soltanto meridionale.
| Regione | Consumi 2026 (indice 2007=100) |
|---|---|
| Sicilia | 86,8 |
| Calabria | 88,9 |
| Campania | 89,8 |
| Puglia | 90,3 |
| Sardegna | 93,8 |
| Umbria | 94,2 |
| Abruzzo | 95,3 |
| Marche | 95,7 |
| Basilicata | 97,1 |
| Liguria | 98,1 |
Sul fronte opposto la Lombardia arriva a 112,5, la Valle d’Aosta a 108,8, il Trentino-Alto Adige a 107,8 e l’Emilia-Romagna a 107,1. L’Italia nel complesso è a 101,3, un punto e tre decimi sopra il livello pre-crisi: il recupero nazionale nasce quasi per intero dalle regioni settentrionali.
Lombardia prima per PIL e per consumi
La Lombardia è l’unica regione italiana in testa a entrambe le graduatorie, con il PIL a +1,2% e i consumi a +1,8%. Seguono il Trentino-Alto Adige, con PIL a +1% e consumi a +1,5%, e il Lazio, con +1% e +1,4%. In coda per il prodotto si collocano Basilicata e Calabria, entrambe a +0,6%, che segnano anche le variazioni più basse della spesa, rispettivamente +0,4% e +0,5%.
La stima nazionale di Confcommercio colloca l’Italia a +0,9%, sopra la Germania (+0,4%) e appena sotto la Francia (+1%). È una lettura più generosa di quella degli organismi internazionali: l’OCSE si ferma allo 0,5% nell’Economic Outlook di giugno, mentre l’Istat, nella nota del 5 giugno 2026, indica lo 0,7%. La distanza si spiega con il peso attribuito alla domanda interna, che nel modello di Confcommercio corre più del prodotto complessivo.
Le regioni dove la spesa cresce più del prodotto
In diciassette regioni su venti i consumi crescono più del PIL, e lo scarto misura quanto il mercato locale si allarga rispetto all’economia che lo produce. La Lombardia guida anche questo confronto con sei decimi di punto di differenza, mentre Basilicata e Calabria sono le uniche due regioni con il segno rovesciato, cioè con una spesa delle famiglie che cresce meno del prodotto. La Puglia si ferma alla parità.
| Regione | Scarto consumi-PIL 2026 (%) |
|---|---|
| Lombardia | +0,6 |
| Liguria | +0,5 |
| Trentino-Alto Adige | +0,5 |
| Veneto | +0,4 |
| Lazio | +0,4 |
| Valle d’Aosta | +0,3 |
| Friuli-Venezia Giulia | +0,3 |
| Emilia-Romagna | +0,3 |
| Toscana | +0,3 |
| Umbria | +0,3 |
| Marche | +0,3 |
| Piemonte | +0,2 |
| Campania | +0,2 |
| Sardegna | +0,2 |
| Abruzzo | +0,1 |
| Molise | +0,1 |
| Sicilia | +0,1 |
| Puglia | 0,0 |
| Calabria | -0,1 |
| Basilicata | -0,2 |
Il dato ha una conseguenza diretta per chi vende. I consumi misurati da Confcommercio sono quelli effettuati sul territorio, quindi comprendono la spesa dei turisti ed escludono quella dei residenti fatta altrove: sono il bacino di domanda che un negozio o un pubblico esercizio intercetta davvero, e non il reddito di chi abita in quella regione.
Il differenziale su un esercizio da 300mila euro di ricavi
Applicare le variazioni regionali a un’attività reale rende visibile la distanza. Un esercizio commerciale che nel 2024 fatturava 300.000 euro e cresce come il proprio mercato di riferimento arriva a fine 2026 con risultati molto diversi a seconda di dove opera:
- in Lombardia, con i consumi a +1,2% nel 2025 e a +1,8% nel 2026, il volume d’affari sale a circa 309.100 euro, con un guadagno di poco superiore a 9.000 euro;
- in Basilicata, con +0,7% e +0,4%, si ferma intorno a 303.300 euro, cioè poco più di 3.300 euro in due anni;
- la forbice tra i due mercati, a parità di gestione, vale circa 5.800 euro di ricavi mancati nel biennio.
Il conto non descrive la performance della singola impresa, che dipende da posizionamento e concorrenza, e misura invece la spinta del mercato locale. Un’attività lucana deve guadagnare quote sui concorrenti per ottenere quello che un’attività lombarda incassa restando ferma.
Automotive ed elettrodomestici trainano la spesa
La crescita dei consumi si concentra su pochi comparti, e la Congiuntura Confcommercio n. 6 del 18 giugno 2026 lo mostra con l’Indicatore dei Consumi Confcommercio. A maggio 2026 l’ICC segna +1,2% su base annua, con i beni per la mobilità a +6,5% e gli acquisti di automobili da parte dei privati in crescita del 15,7%. Salgono anche gli elettrodomestici, +7,9%, e i servizi ricreativi in senso stretto, +12,5%.
Sul fronte opposto alimentari, bevande e tabacchi chiudono a -0,1% e i pubblici esercizi si limitano a +0,2%. La ripresa della domanda, quindi, premia i durevoli e il tempo libero mentre lascia sostanzialmente ferma la spesa quotidiana su cui vive gran parte del commercio di prossimità. Chi opera nell’alimentare o nella ristorazione in una regione meridionale somma due svantaggi, cioè un mercato locale sotto i livelli 2007 e un comparto che non partecipa alla ripresa.
Il divario Nord-Sud e le eccezioni del Centro-Nord
Il Mezzogiorno chiude il 2026 con consumi a quota 90,2 dell’indice 2007, contro il 107,0 del Nord e il 103,4 del Centro, e con una crescita della spesa (+0,8%) inferiore di sei decimi a quella settentrionale (+1,4%). Confcommercio attribuisce il ritardo ai redditi più bassi e alla perdita di popolazione, concentrata nelle fasce che producono reddito e spendono di più.
La lettura per macroaree, però, nasconde due anomalie. Il PIL più distante dal 2007 appartiene al Molise (86,6), che sui consumi resta comunque sopra quota 100 grazie alla spesa realizzata sul territorio. E la Liguria chiude con un prodotto a 91,7, un valore peggiore di quello calabrese (89,9 sul PIL) su una traiettoria ventennale che nessuna politica di coesione ha intercettato, perché formalmente si tratta di una regione del Nord.