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Famiglie italiane più ricche del 35% ma sulla carta: si scende al 13% al netto dell’inflazione

di Anna Fabi

13 Luglio 2026 07:35

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Il rapporto FABI fotografa un patrimonio da 6.487 miliardi, l'indice ISTAT ne ridimensiona la crescita e la voce azioni rivela il capitale delle imprese

La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ha raggiunto 6.487,7 miliardi di euro nel 2025, con un aumento di 1.687,3 miliardi rispetto al 2020. Il dato, diffuso l’11 luglio dalla FABI su elaborazione di statistiche della Banca d’Italia, è il più alto mai registrato e ha fatto il giro delle agenzie come record del risparmio privato. I numeri, però, sono in valore nominale. Applicando l’indice dei prezzi al consumo dell’ISTAT, cresciuto del 19,4% nello stesso quinquennio, la fotografia cambia: il patrimonio guadagna il 13,2% reale e la liquidità parcheggiata su conti e depositi ne esce con una perdita secca di potere d’acquisto.

In sintesi:

  • il patrimonio finanziario delle famiglie sale da 4.800,4 a 6.487,7 miliardi tra il 2020 e il 2025, pari a +35,1% nominale;
  • l’inflazione cumulata nello stesso periodo, misurata sull’indice NIC dell’ISTAT, è pari al 19,4%;
  • conti correnti e depositi crescono del 3% nominale e perdono il 13,7% in termini reali;
  • le azioni detenute dalle famiglie valgono 2.077,2 miliardi, di cui appena 99,1 miliardi in titoli quotati italiani;
  • le polizze assicurative chiudono il quinquennio a -11,6 miliardi, unica voce di investimento in calo.

Il patrimonio finanziario tocca 6.487 miliardi

Il patrimonio finanziario delle famiglie aumenta di 446,3 miliardi nel solo 2025, salendo da 6.041,4 a 6.487,7 miliardi. La spinta arriva dalla componente azionaria, che guadagna 292,9 miliardi (+16,4%), seguita dai fondi comuni (+58,1 miliardi), dalle polizze (+46 miliardi) e dai titoli obbligazionari (+27,7 miliardi). Conti correnti e depositi salgono di 23,5 miliardi (+1,5%), la variazione più contenuta del paniere. La quota della liquidità sul totale scende dal 32,4% del 2020 al 24,7% del 2025, mentre quella azionaria sale dal 20,3% al 32%.

Il riequilibrio è però un effetto aritmetico prima che comportamentale. Quando una componente del portafoglio raddoppia di valore, tutte le altre perdono peso percentuale anche senza che una sola somma venga spostata. Il denominatore cresce, il numeratore della liquidità no.

La liquidità perde 255 miliardi di potere d’acquisto

Tra il 2020 e il 2025 biglietti e depositi passano da 1.556,5 a 1.603,2 miliardi, con un incremento nominale di 46,7 miliardi (+3%). Nello stesso arco di tempo l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività ha registrato variazioni medie annue del +1,9% nel 2021, +8,1% nel 2022, +5,7% nel 2023, +1,0% nel 2024 e +1,5% nel 2025, per una crescita cumulata del 19,4%. Per conservare il potere d’acquisto del 2020, quei 1.556,5 miliardi avrebbero dovuto valerne 1.858 nel 2025. Ne valgono 1.603,2. La differenza, circa 255 miliardi, è potere d’acquisto evaporato dai conti correnti degli italiani.

Il calcolo non tiene conto degli interessi maturati, che sui conti correnti sono stati prossimi allo zero per gran parte del periodo. Sul singolo risparmiatore la proporzione non cambia: 10.000 euro fermi su un conto nel 2020 oggi comprano beni e servizi per circa 8.630 euro, come restituisce il calcolo della rivalutazione monetaria ISTAT applicato a una singola giacenza. La perdita reale è del 13,7%, e riguarda la componente che gli italiani considerano la più sicura del proprio patrimonio.

Il dettaglio del 2025 mostra un movimento opposto all’interno della stessa liquidità: i conti correnti crescono di 34,8 miliardi mentre gli altri depositi arretrano di 11,4, segno che le famiglie hanno privilegiato la disponibilità immediata rispetto ai conti deposito vincolati, gli unici strumenti bancari che nel periodo abbiano remunerato la raccolta.

Il confronto tra crescita nominale e crescita reale

Deflazionando le principali voci del patrimonio con l’indice NIC, il quadro di crescita generalizzata si assottiglia. La ricchezza reale aumenta, ma di poco più di un terzo rispetto a quanto suggerisce il dato nominale.

Voce e variazione nominale 2020-2025 Variazione reale
Patrimonio finanziario totale, +35,1% +13,2%
Azioni, +113,3% +78,6%
Titoli e obbligazioni, +111,5% +77,1%
Fondi comuni, +30,9% +9,6%
Biglietti e depositi, +3,0% -13,7%
Polizze assicurative, -1,0% -17,1%

Le azioni delle famiglie, capitale di imprese non quotate

La voce che sostiene l’intero incremento merita di essere aperta. Dei 2.077,2 miliardi di azioni detenute dalle famiglie nel 2025, 1.933,6 miliardi sono partecipazioni in imprese e banche italiane e 143,6 miliardi sono emittenti stranieri. All’interno della componente italiana, i titoli quotati valgono 99,1 miliardi. Il 95% del portafoglio azionario delle famiglie italiane è quindi capitale di società non quotate.

Non si tratta di risparmiatori entrati in Borsa ma imprenditori, soci e famiglie proprietarie di aziende, il cui patrimonio è la quota della propria impresa. Sulla crescita di 292,9 miliardi registrata nel 2025, i titoli quotati contribuiscono per 20,9 miliardi, il 7% del totale. Il resto è rivalutazione del valore di partecipazioni che non passano da alcun mercato regolamentato e che le famiglie non possono liquidare con un click.

Il boom azionario che le agenzie hanno raccontato come segnale di una nuova cultura finanziaria è, in larga misura, la rivalutazione contabile del capitale delle imprese familiari italiane. È ricchezza reale ma illiquida, concentrata su chi possiede un’azienda e per definizione assente dai patrimoni della maggioranza delle famiglie, che di azioni non ne detengono affatto.

Le polizze assicurative chiudono il quinquennio in rosso

Il quinto dato che il comunicato non mette in evidenza riguarda il comparto assicurativo. Le polizze vita valevano 1.186 miliardi nel 2020 e ne valgono 1.174,4 nel 2025: 11,6 miliardi in meno, con la quota sul portafoglio scesa dal 24,7% al 18,1%. Il recupero di 46 miliardi messo a segno nel 2025 arriva dopo il crollo del 2022, quando lo stock scese a 1.065,3 miliardi per effetto della svalutazione dei portafogli obbligazionari sottostanti alle gestioni separate. Il comparto ha risalito la china, senza tornare al punto di partenza.