Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti porta a Bruxelles un argomento nuovo come leva per la richiesta di flessibilità sul Patto di Stabilità UE, portando il discorso oltre il caro energia: il blocco dello Stretto di Hormuz non ferma solo gas e petrolio ma anche materie prime agricole globali e fertilizzanti, necessari per la sicurezza alimentare dell’intero continente africano. Per l’agroalimentare italiano, il blocco di queste forniture si aggiunge a una pressione già pesante sui costi di produzione. La crisi delle rotte commerciali nel Golfo ha già colpito export e approvvigionamenti: Confartigianato stima 27,8 miliardi di export manifatturiero italiano esposti ai rischi del conflitto.
Il pressing sull’UE e il muro di Bruxelles
Il nodo è quello del doppio svantaggio strutturale dovuto alla procedura per deficit eccessivo: l’Europa consente agli Stati di aiutare i settori colpiti dalla crisi, purché lo facciano dentro le regole di bilancio. Chi ha margini fiscali — come la Germania — può intervenire. Chi non ce li ha, come l’Italia, resta bloccato.
La posizione dell’Italia è nota da settimane: il Governo chiede all’Unione Europea di concedere flessibilità sui vincoli del Patto, consentendo agli Stati di approvare misure di sostegno all’economia senza incidere sulla traiettoria di rientro del deficit. Giorgetti non ha mai aperto all’ipotesi di uno scostamento unilaterale indicando Bruxelles come l’interlocutore necessario. Al tavolo europeo ha proposto anche una tassazione straordinaria sulle grandi compagnie petrolifere ed energetiche per finanziare gli interventi di sostegno, ma anche questa strada è stata chiusa dalla Commissione.
La risposta della Commissione è rimasta invariata dal vertice informale di Cipro del 23 e 24 aprile: le condizioni per attivare la clausola di salvaguardia non esistono, il rischio recessione non è ancora certificato dai dati e la sospensione generalizzata del Patto richiederebbe uno scenario di crisi acuta sull’intera area euro. L’unica concessione è il temporary framework sugli aiuti di Stato per trasporti, agricoltura e pesca — misure che, come ha sottolineato Giorgetti, valgono solo per chi ha già spazio fiscale sufficiente a finanziarle.
Le due opzioni: scostamento di bilancio e clausola nazionale
Nel dibattito delle ultime settimane sono emersi due strumenti distinti, come alternative a questa fase di stallo.
Il primo è lo scostamento di bilancio: la procedura con cui il Parlamento autorizza il Governo a ricorrere a nuovo debito oltre i piani approvati. Non è uno strumento eccezionale — è stato usato in più occasioni, dal Covid alla crisi energetica del 2022. Richiede il voto di entrambe le Camere a maggioranza assoluta. Oggi però l’Italia si trova in una condizione che lo rende incompatibile con gli impegni europei: finché resta sotto procedura di infrazione, la crescita della spesa netta è vincolata all’1,6% annuo e qualsiasi ricorso a nuovo debito fuori dai parametri violerebbe il percorso di rientro. Il taglio delle accise già in vigore, da solo, vale 500-600 milioni: uno scostamento di scala significativa esporrebbe l’Italia a tensioni sui mercati e a un allargamento dello spread.
Il secondo strumento è la clausola nazionale ex art. 26 del Regolamento UE 2024/1263 — la riforma del Patto di Stabilità che porta, tra le altre, anche la firma di Giorgetti. Consente a un singolo Stato di chiedere una deviazione temporanea dalla propria traiettoria di spesa in presenza di circostanze eccezionali fuori dal controllo dello Stato, con rilevante impatto sulle finanze pubbliche. Necessità però del via libera del Consiglio UE a maggioranza qualificata degli Stati membri. Per l’Italia potrebbe liberare fino a circa 30 miliardi di euro di spazio fiscale aggiuntivo, secondo le stime circolate. Il precedente esiste: il Belgio ha ottenuto la deviazione dalla propria traiettoria per finanziare le spese di difesa.
La differenza rispetto allo scostamento unilaterale è sostanziale: la clausola nazionale mantiene intatto il rapporto con Bruxelles e non manda segnali negativi ai mercati.
La settimana decisiva e l’Eurogruppo di maggio
Giovedì 30 aprile il Parlamento vota le risoluzioni sul DFP 2026: la maggioranza dovrà trovare una sintesi tra le posizioni distanti di Lega — che non ha smesso di agitare l’ipotesi di uno strappo — e quelle di FdI e Forza Italia, contrari a qualsiasi uscita unilaterale dai parametri europei. Giorgetti ha indicato l’Eurogruppo del 4-5-6 maggio come la prossima finestra utile per riaprire la trattativa. L’OCSE ha invitato a «discutere la sospensione a livello europeo» in condizioni eccezionali: non è un sì ma non è nemmeno una porta chiusa.
Per il ministro Giorgetti «la risposta dell’Europa finora non è stata positiva ma è un’impostazione profondamente sbagliata». Resta dunque forte l’invito ad un approccio più consapevole e realistico «piuttosto che una visione rigidamente burocratica».