Export italiano nel Golfo: perso un terzo in due mesi di guerra

di Redazione PMI.it

9 Giugno 2026 12:23

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Le esportazioni italiane in Medio Oriente calano del 33% in due mesi, tra caro energia, inflazione oltre il 3% e il rialzo dei tassi BCE in arrivo.

A tre mesi dall’apertura della crisi del Golfo, lo Stretto di Hormuz è ancora conteso e la trattativa tra Stati Uniti e Iran sulla riapertura non si è chiusa. Per le imprese italiane il conto è ora quantificabile: secondo l’elaborazione di Confartigianato sui dati Istat, tra marzo e aprile 2026 l’export verso il Medio Oriente è calato di 1.586 milioni di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un terzo in meno, mentre il caro energia spinge l’inflazione e avvicina un rialzo dei tassi BCE.

Export del Made in Italy, un terzo perso in due mesi

I dati elaborati da Confartigianato sulle rilevazioni Istat misurano l’effetto della crisi sul commercio estero. A marzo l’export verso il Medio Oriente si è dimezzato (-52,5%) e le vendite verso i soli paesi del Golfo sono crollate del 63%. Ad aprile le stime preliminari Istat indicano un ulteriore calo del 6,9% su base annua. Nel dettaglio dei principali mercati, a marzo la contrazione è stata diseguale:

  • Kuwait, in caduta dell’89,6%;
  • Qatar, in calo del 66,1%;
  • Emirati Arabi Uniti, a -65,9%;
  • Arabia Saudita, con una riduzione più contenuta del 35,5%.

Le regioni e i settori più esposti

L’esposizione strutturale del Made in Italy è ampia. Il conflitto mette a rischio 27,8 miliardi di euro di export manifatturiero verso i mercati mediorientali e 15,9 miliardi di import di beni energetici. L’area del Golfo — Emirati, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Oman — vale circa venti miliardi dell’export italiano, cresciuto dell’8% tra 2024 e 2025, a cui si aggiunge mezzo miliardo venduto in Iran nonostante le sanzioni.

Le regioni più esposte per volume sono Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, con la Toscana che registra l’incidenza più alta sul PIL regionale. In questi numeri ci sono soprattutto micro e piccole imprese: le PMI valgono 8,6 miliardi di export verso l’area, in filiere come macchinari, metalli, moda, agroalimentare e chimica. Tra i comparti più fragili c’è il fresco: il Piemonte da solo esporta mele verso Arabia Saudita, Emirati, Iraq, Kuwait e Qatar per oltre 150 milioni di euro, volumi che con le rotte deviate rischiano di rifluire su mercati europei già saturi.

Rotte deviate e noli più cari per l’export

Sul piano logistico la crisi ha riscritto le rotte. Prima del conflitto dal corridoio Hormuz-Suez transitava il 40% dell’export italiano su container marittimi, merci dirette ai mercati del Far East per oltre 130 miliardi di euro. Con l’avvio della crisi i grandi vettori — Maersk, MSC, Hapag-Lloyd, CMA CGM — hanno dirottato le flotte verso il Capo di Buona Speranza, con 10-14 giorni di percorrenza in più e un sovraccosto sui noli tra il 30 e il 35%.

Il dato che incide di più arriva da Argus Media: il noleggio di una petroliera dal Golfo è arrivato a valere il 20% del prezzo di un carico di greggio, contro il 3% in condizioni normali, una erosione dei margini su ogni operazione che passa da quella rotta. I rincari sui carburanti alla pompa sono solo la parte più visibile dello shock logistico.

Le coperture assicurative e la sicurezza marittima

Tra gli effetti meno visibili c’è la cancellazione delle coperture assicurative. I principali club marittimi — Gard, Skuld, NorthStandard, London P&I Club — hanno ritirato le polizze “war risk” per le acque del Golfo, dello Stretto di Hormuz e delle aree limitrofe, con premi che in alcuni casi sono saliti del 50-100%. Il settore ha classificato Stretto di Hormuz, Golfo di Oman e Golfo Persico come aree di operazioni belliche, una designazione che ha spinto molti armatori a evitare la zona.

Sul fronte istituzionale il governo ha disposto il livello 3 di sicurezza, il massimo previsto, per le navi mercantili italiane nell’area; il viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi ha riunito il Comitato interministeriale per la sicurezza marittima e il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato in Parlamento l’aumento dei premi sulle rotte.

Hormuz tra riaperture annunciate e traffico ridotto

La riapertura dello Stretto annunciata dall’Iran all’avvio della crisi si è rivelata parziale e condizionata: Teheran ha dichiarato di non voler più colpire le navi dei Paesi terzi, mentre i Pasdaran hanno mantenuto nel mirino le imbarcazioni di Stati Uniti e Israele. Nei mesi successivi i transiti sono ripresi solo in parte e la trattativa tra Washington e Teheran per una riapertura piena è ancora aperta, mentre la guerra non si è conclusa.

L’incertezza è alta anche sul fronte energetico: l’Europa, ha ricordato la Commissione, dovrà reperire circa 180 carichi di GNL aggiuntivi rispetto all’anno scorso per riempire gli stoccaggi estivi, una pressione che permane anche con i transiti solo parzialmente ripristinati.

Caro energia, inflazione e tassi BCE

Sul fronte dei costi la pressione prosegue. Nei tre mesi di crisi il prezzo del gas (indice GME al 3 giugno) supera del 37,9% la media di febbraio, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità è dell’11,5% sopra i livelli pre-crisi e il gasolio per autotrazione è più caro del 19,5%, con la componente industriale al netto delle tasse al 58,9% in più. Il petrolio dà un segnale di parziale rientro: a maggio il Brent scende del 10,7% dal picco di aprile, pur essendo ancora del 55,5% sopra i valori di febbraio. Salgono invece i metalli industriali, del 39,3% su base annua, trainati da stagno, alluminio e rame.

I rincari si riflettono sui prezzi: a maggio 2026 l’inflazione italiana sale al 3,2% dal 2,7% di aprile, spinta dai beni energetici (+12%), sopra la media dell’area euro. La risalita dell’inflazione rimette in gioco la BCE, che il 30 aprile ha lasciato i tassi fermi al 2% sui depositi pur discutendo un aumento; mercati e analisti danno per probabile una stretta da 25 punti base nella riunione dell’11 giugno, la prima dal ciclo del 2022. Per le imprese il costo del credito è già al 3,49% a marzo, 186 punti base sopra il giugno 2022, e una nuova stretta rischia di frenare la ripresa degli investimenti in macchinari, cresciuti del 2,3% nel primo trimestre e del 6,6% su base annua.

La risposta del governo e le richieste delle imprese

Dall’avvio della crisi il governo è intervenuto con più misure. Il Decreto Legge 42/2026 ha introdotto la misura Simest “Energia per la competitività internazionale”, con uno sportello aperto dal 25 maggio e un fondo perduto fino al 30% per le PMI colpite dal caro energia, su un plafond di 800 milioni, mentre il taglio delle accise sui carburanti è stato più volte prorogato. Permangono le richieste di un intervento più strutturale.

Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha chiesto di fermare le speculazioni sull’energia; Confartigianato sollecita una de-escalation diplomatica e misure di resilienza energetica; Unimpresa stima che un rincaro medio del 20% delle materie prime energetiche costerebbe oltre 10 miliardi al sistema produttivo, con il 60% del peso sulle PMI; la CGIA di Mestre arriva a 10 miliardi di costi aggiuntivi nel 2026 in uno scenario di prezzi a 150 euro/MWh per l’elettricità e 50 euro/MWh per il gas. Sul fronte delle coperture export, il precedente della crisi del Mar Rosso del 2024 — quando SACE estese le garanzie per gli esportatori — indica gli strumenti già disponibili, da monitorare insieme ai canali di ICE.

Cosa può fare adesso un’impresa esportatrice

Con i transiti da Hormuz ancora a rischio, le decisioni non possono attendere il quadro politico definitivo. Sul piano logistico, chi non ha pianificato la rotta alternativa via Capo di Buona Speranza deve farlo subito, comunicando ai clienti del Golfo i 10-14 giorni di ritardo: la trasparenza sui tempi è la prima misura per preservare i rapporti commerciali.

Chi importa materie prime dall’area — prodotti chimici, rinfuse, componenti — deve incrementare le scorte di sicurezza nei limiti del flusso di cassa, perché le strozzature di filiera richiederanno settimane per sciogliersi. Sul piano contrattuale conviene verificare le clausole di forza maggiore nei contratti di fornitura e nelle polizze attive e aggiornare le coperture alle nuove tariffe di guerra. Per le aziende energivore lo shock lascia poco margine per interventi tardivi sui contratti di fornitura di energia.