Istat e Banca d’Italia in audizione sulla Manovra 2026, concordano sul fatto che l’impatto del taglio sul secondo scaglione IRPEF è più evidente per i redditi medio alti. Per Via Nazionale l’effetto combinato delle misure fiscali e sociali del triennio 2022-2025 riequilibra comunque questa scompenso, con un risultato finale leggermente a favore dei redditi medio bassi. L’Istituto di statistica sottolinea poi l’inefficienza della riforma ISEE, che coinvolge solo marginalmente le famiglie meno abbienti.
Riforma IRPEF: impatto minimo sui redditi medio-bassi
In base alle cifre Istat, la riduzione al 33% dell’aliquota IRPEF sui redditi tra 28mila e 50mila euro coinvolge poco più di 14 milioni di contribuenti, con un beneficio annuo medio di 230 euro. Analizzando l’impatto per singole famiglie, la misura riguarda circa 11 milioni di nuclei, con un beneficio medio sale a 276 euro.
Il dato interessante riguarda però l’impatto per fasce di reddito: «sono interessate dalla misura oltre il 90% delle famiglie del quinto più ricco e oltre due terzi di quelle del penultimo quinto». In termini di ripartizione, «il guadagno medio va dai 102 euro per le famiglie del primo quinto ai 411 delle famiglie dell’ultimo. Per tutte le classi di reddito il beneficio comporta una variazione inferiore all’1% sul reddito familiare».
Su questa analisi concorda la Banca d’Italia: «la riduzione dell’aliquota IRPEF per il secondo scaglione di reddito favorisce i nuclei dei due quinti più alti della distribuzione, ma con una variazione percentualmente modesta del reddito disponibile».
Le cifre si spiegano nel seguente modo: la tassazione è progressiva, quindi la riduzione dell’aliquota impatta su tutti i contribuenti per la parte compresa fra i 28mila e i 50mila euro. Chi ha un reddito di poco superiore alla soglia, poniamo 30mila euro, ha un guadagno inferiore perché riduce l’aliquota su una quota più bassa (2mila euro). Chi invece è in uno scaglione più alto, riduce l’aliquota su 22mila euro di reddito.
La Manovra prevede un meccanismo compensativo, che sterilizza l’effetto positivo ma solo sopra i 200mila euro.
Novità ISEE marginali per famiglie meno abbienti
Per quanto riguarda l’ISEE, la Manovra alza da 52.500 a 91.500 euro il tetto del valore catastale sotto il quale la prima casa viene esclusa dal calcolo, introducendo anche modifiche nella scala di equivalenza favorevoli ai nuclei con figli. Il beneficio medio annuo calcolato dall’Istat è di 145 euro per circa 2,3 milioni di famiglie. Risulta più elevato per i nuclei meno ricchi, per i quali è pari a 263 euro. Ma queste famiglie, sottolinea in Senato il presidente dell’istituto di statistica Francesco Maria Chelli, rappresentano una quota molto esigua dei nuclei avvantaggiati dalla norma, «poiché generalmente già rientravano nei requisiti di accesso e ricevevano importi dei trasferimenti relativamente più elevati per le cinque misure considerate. Quasi il 70% delle famiglie avvantaggiate dalle modifiche si collocano nei quinti centrali (terzo e quarto) della distribuzione del reddito familiare equivalente». Quindi anche in questo caso, c’è una sorta di effetto redistribuivo distorto rispetto al principio della proporzionalità.
L’impatto redistribuivo complessivo
Bankitalia in realtà definisce trascurabile l’impatto redistributivo di queste riforme in Manovra. «Si può stimare che complessivamente le misure fin qui descritte non comportino variazioni significative della disuguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile equivalente tra le famiglie» sintetizza il vice capo del Dipartimento di Economia e Statistica, Fabrizio Balassone.
Sull’IRPEF vale la considerazione sopra riportata, in base alla quale c’è un vantaggio più consistente sui redditi medio alti, ma di modesta entità. «Gli effetti dei principali interventi in materia di assistenza sociale si concentrano invece sui primi due quinti delle famiglie e sono anch’essi modesti». La modifica ISEE, tendenzialmente, favorisce le famiglie più numerose e quelle proprietarie dell’abitazione, mentre potenzialmente sfavorisce i giovani e i nuclei di cittadinanza straniera.
Detto questo, prosegue Bankitalia, gli interventi disposti nel periodo 2022-25 hanno «più che compensato, nel complesso, l’impatto negativo esercitato sui redditi delle famiglie dal drenaggio fiscale e dall’erosione dei trasferimenti». E «la differenza tra l’effetto delle misure di sostegno (rivolte principalmente ai redditi medio-bassi) e quelli del drenaggio fiscale e dell’erosione dei trasferimenti (che hanno inciso in modo più uniforme) è maggiore per i primi quattro quinti della distribuzione del reddito». Significa che questi contribuenti, che rappresentano l’80% della popolazione escludendo solo il 20% di reddito alto, hanno avuto un vantaggio leggermente superiore.
Detassazione dei rinnovi CCNL: i punti deboli
Banca d’Italia esprime infine una critica sulla detassazione del rinnovo dei CCNL, ovvero l’aliquota ridotta prevista nel 2026 sugli incrementi tabellari siglati nel 2025 e 2026, applicabile ai redditi da lavoro dipendente fino a 28mila euro, con l’obiettivo di sostenerne il potere d’acquisto.
Secondo Bankitalia, «è improprio assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori, soprattutto quando la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione». E comunque la capacità delle nuove norme di accelerare i rinnovi appare limitata: «circa il 40% dei dipendenti privati è coperto da accordi firmati prima del 2025 con scadenza successiva al 31 dicembre 2026 (inclusi quelli del commercio e turismo, settori che hanno sperimentato un’erosione del potere d’acquisto particolarmente marcata). I principali contratti collettivi nazionali che potranno beneficiare della misura riguardano soprattutto settori in cui le trattative per il rinnovo sono già avviate o che storicamente rinnovano con ritardi modesti».