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Riforma del lavoro, le controproposte delle imprese

di Barbara Weisz

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Vertice nel mondo delle imprese per dettagliare i motivi di dissenso sulla riforma del lavoro e formulare le proprie richieste su flessibilità, contratti, licenziamenti, partite Iva e ammortizzatori sociali.

Le imprese italiane hanno detto no alla riforma del lavoro così come definita nel Ddl Monti-Fornero, che si appresta ad essere discusso in Parlamento, e si preparano dunque a difendere le proprie tesi preparando delle controproposte da sottoporre al Governo a margine del dibattito politico.

Rete Imprese Italia in rappresentanza delle PMI e Confindustria hanno essenzialmente bocciato sia misure per la flessibilità in uscita (in primis la possibilità di reintegro per i licenziamenti economici previsto dalla riforma dell’articolo 18) sia misure per la flessibilità in entrata (stretta sui contratti a tempo determinato, collaborazioni e partite IVA, imposizione fiscale e costi del lavoro): il rischio è che si blocchino le assunzioni e che si faccia fatica a rinnovare i contratti a termine e quelli parasubordinati, con un rallentamento a catena degli investimenti.

Le richieste delle imprese

La posizione delle imprese promette di diventare più articolata nei prossimi giorni: per mercoledì 11 aprile è fissato un vertice fra Confindustria, ABI, Alleanza cooperative, Ania e RETE Imprese Italia (Casartigiani, CNA, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti) per mettere a punto un documento comune sui cambiamenti richiesti. In particolare, per il presidente uscente di Confindustria Emma Marcegaglia il testo del ddl «è sbagliato» e la riforma va cambiata profondamente in parlamento». Rete Imprese Italia ha espresso «forte preoccupazione» per un testo che «altera le scelte di un compromesso equilibrato» raggiunto precedentemente a Palazzo Chigi.

Licenziamento

Le imprese non solo esprimono dissenso sulla questione dei reintegri in caso di licenziamento economico (a discrezione del giudice e in casi estremi) preferendo la precedente formulazione (solo l’indennizzo economico) , ma chiedono anche una serie di correzioni relative alla flessibilità in entrata (contratti di assunzione) fra l’altro il tema più caro alle PMI.

Contratti a termine

Sui contratti a termine, le imprese protestano per il fatto che il “causalone” del primo contratto a termine che l’azienda stipula con un dipendente sia rimasto nei casi in cui il contratto superi i sei mesi: un irrigidimento rispetto a quanto previsto dalla bozza, che invece escludeva del tutto la possibilità di motivare il primo contratto a termine.

In base all’articolo 1 del Decreto Legislativo 6 settembre 2001, n. 368, il contratto a tempo determinato è consentito «a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo». E l’apposizione del termine è nulla se non viene specificata questa causale nel contratto (che in questo caso diventa a tempo indeterminato).

Il testo del Ddl di riforma del lavoro aggiunge un comma 1 bis per cui il requisito di cui sopra «non è richiesto nell’ipotesi del primo rapporto a tempo determinato di durata non superiore a sei mesi» che riguardi «lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nel caso di prima missione di un lavoratore nell’ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato ai sensi del comma 4 dell’articolo 20 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276». Le imprese sono contrarie.

Lavoro stagionale

Un’altra questione importante riguarda il lavoro stagionale. In effetti, il Ddl esclude i contratti stagionali ad esempio dal pagamento dell’aliquota aggiuntiva dell’1,4% che va a finanziare l’Aspi, assicurazione generale per l’impiego. Ma secondo le imprese il lavoro stagionale dovrebbe essere totalmente escluso dall’aggravio di costi previsto dalla riforma, cosa che invece non avviene (questo, secondo Rete Imprese Italia, penalizza particolarmente le aziende del turismo).

Le aziende sono anche contrarie alle limitazioni previste per i contratti a chiamata e a progetto.

Partite Iva

Una questione importante riguarda le partite Iva, che devono obbligatoriamente essere trasformate in collaborazioni coordinate e continuative se soddisfano due di questi tre criteri:

  • durano più di sei mesi,
  • costituiscono almeno il 75% delle entrate del lavoratore,
  • prevedono per quest’ultimo una postazione di lavoro presso l’azienda.

L’automatismo scatta dopo 12 mesi dall’entrata in vigore (mentre la bozza lo faceva partire da subito). Questa l’apertura prevista dal Ddl, che però non è considerata sufficiente dalle imprese, secondo cui la mancanza dei requisiti sopra descritti dovrebbe essere ragione per far partire un controllo, non per presumere automaticamente l’esistenza di un rapporto coordinato e continuativo.

Il punto è importante anche perché il rischio reale è i rapporti a partita Iva di fatto vadano trasformati in larga parte in contratti dipendenti a tempo indeterminato ( il contratto parasubordinato è possibile solo se c’è un progetto).

Ammortizzatori sociali

Infine c’è il capitolo ammortizzatori sociali, di cui viene contestata la maggior onerosità. Le PMI sono anche particolarmente contrarie a far pagare la relativa contribuzione anche ai contratti di apprendistato.

L’iter della riforma

Come detto, le imprese metteranno a punto un documento comune con il dettaglio delle proprie richieste. Nel frattempo, l’iter parlamentare del Ddl parte il 10 aprile, con una riunione dell’ufficio di presidenza del Senato volto presumibilmente a mettere a punto il calendario. Dall’11 aprile ad esaminare il disegno di legge è la commissione Lavoro del Senato (relatori Tiziano Treu per il Pd e Maurizio Castro per il Pdl).

Non si esclude, anzi sembra molto probabile, che verrà prevista una fase di audizioni con le parti sociali.

L’iter non si preannuncia brevissimo, anche perché ci sono da ricomporre i dissensi delle parti sociali che si ripercuotono sul dibattito politico. Comunque, l’obiettivo è quello di arrivare nell’aula di Palazzo Madama in un mese e mezzo (quindi, entro fine maggio), per l’approvazione del primo ramo del parlamento entro giugno 2012.

Il dibattito

Sul fronte del dibattito, il Pdl sembra la parte politica più orientata a fare quadrato intorno alle istanze delle imprese («le obiezioni delle imprese sono anche le nostre» ha dichiarato il segretario Angelino Alfano), mentre il Pd risulta maggiormente concentrato nella difesa dei cambiamenti sui licenziamenti e non mancano posizioni che vorrebbero una maggior estensione dei nuovi ammortizzatori sociali.

Fra i rappresentanti del governo, si registra la posizione del sottosegretario Antonio Catricalà, il quale pur sottolineando che «l’impianto della riforma del mercato del lavoro deve restare quello che è» dichiara esplicitamente la disponibilità del governo ad accettare modifiche in parlamento, dove «nascono molte buone idee» di cui l’esecutivo è pronto a fare tesoro, secondo la ratio di «una maggiore flessibilità in uscita per consentire una maggiore entrata nel mercato del lavoro» e mantenendo saldo l’obiettivo d dare lavoro ai giovani.

Le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Mario Monti, suonano come un irrigidimento rispetto alla posizione di Catricalà: «nessuna incertezza» su una riforma che rende il mercato del lavoro «più flessibile a favore delle imprese e meno dualistico». La parola alle Camere.

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