In attesa della Manovra 2026, è già tempo di avanzare le prime ipotesi di adeguamento degli assegni pensionistici per il prossimo anno, tenendo conto dell’inflazione acquisita dall’anno in corso.
Le stime attuali si basano su una previsione di spesa pari a 5 miliardi di euro per la rivalutazione delle pensioni, prendendo in considerazione l’inflazione acquisita dell’1,7%.
Rivalutazione pensioni: simulazioni per il 2026
Per il 2026, ipotizzando un indice di perequazione pari all’1,7%, gli assegni pensionistici crescerebbero in misura maggiore rispetto al 2025, quando l’aumento era stato fissato allo 0,8%. Applicando una percentuale di indicizzazione dell’1,7% all’intero importo di spesa per le pensioni erogate nel 2025 (per un valore pari a circa 355 miliardi di euro), il plafond di risorse necessario supererebbe in realtà i 6 miliardi; tuttavia, la cifra scende rivalutando in base alle fasce di reddito su cui applicare il consueto meccanismo della perequazione.
Il meccanismo rimarrebbe applicato per fasce, come previsto dalla normativa vigente:
- fino a 4 volte il minimo INPS, rivalutazione piena al 100% (1,7%);
- tra 4 e 5 volte il minimo, rivalutazione al 90% (1,53%);
- oltre 5 volte il minimo, rivalutazione al 75% (1,275%).
In termini pratici, per fare qualche esempio:
- una pensione lorda di 1.500 euro passerebbe a circa 1.525,50 euro (+25,5 euro al mese),
- una pensione di 2.700 euro arriverebbe a circa 2.741,31 euro (+41,31 euro),
- un assegno di 4.000 euro salirebbe a circa 4.051 euro (+51 euro).
Rispetto al 2025, l’incremento risulterebbe quindi più che raddoppiato per le pensioni fino a 4 volte il minimo, e comunque rilevante anche per quelle di importo più elevato.
Il capitolo Pensioni in Manovra 2026
Oltre alla spesa riferita alla rivalutazione il Governo è chiamato anche a fare i primi conti con il reperimento delle risorse (pari a circa 3miliardi di euro) per evitare l’aumento di tre mesi dei requisiti per accedere alla pensione di vecchiaia e alla pensione anticipata, previsti per il 2027. Le anticipazioni sulla Manovra 2026 mettono dunque al centro il capitolo pensioni, con diverse ipotesi di intervento allo studio del Governo.
Una delle misure principali riguarda come detto il congelamento dell’aumento automatico dell’età pensionabile previsto dal 2027, che porterebbe il requisito da 67 anni a 67 anni e 3 mesi. La scelta di bloccare questo meccanismo comporterebbe un costo per le casse pubbliche stimato tra i 300 milioni e 1 miliardo di euro l’anno, ma eviterebbe un ulteriore irrigidimento per chi è vicino alla pensione.
Parallelamente, si discute di ampliare la flessibilità in uscita consentendo l’uscita a 64 anni per un numero più ampio di lavoratori, non solo quelli interamente nel sistema contributivo. Questa possibilità verrebbe accompagnata dal calcolo integralmente contributivo dell’assegno e da un requisito minimo di importo, pari ad almeno tre volte l’assegno sociale. In questo quadro, il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) maturato e già accantonato presso l’INPS potrebbe essere utilizzato per colmare l’eventuale differenza necessaria a raggiungere la soglia prevista. L’idea è di trasformare parte del TFR in una rendita, alleggerendo i flussi immediati di spesa previdenziale.
Tuttavia, le simulazioni condotte finora evidenziano che i benefici concreti sarebbero più accessibili a chi ha redditi medio-alti, mentre per i lavoratori con carriere discontinue o retribuzioni più basse il TFR difficilmente basterebbe a coprire il gap.
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Sul tavolo rimangono anche altre ipotesi: rafforzamento dell’Opzione Donna e abbandono della Quota 103. In parallelo, l’INPS ha messo in consultazione un Libro Bianco che apre alla discussione di riforme più strutturali, dalla revisione dei coefficienti di trasformazione al rafforzamento delle pensioni minime, fino alla promozione della previdenza complementare.