Se la minaccia di licenziamento diventa estorsione

di Teresa Barone

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È reo di estorsione il capo che minaccia di licenziare chi rifiuta uno stipendio inferiore a quello indicato in busta paga.

Può essere accusato di estorsione il datore i lavoro che minaccia di licenziare il dipendente che non accetta un trattamento economico inferiore a quello stipulato, e indicato nella busta paga.

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Questo è quanto ha sancito la Corte di Cassazione, condannando due imprenditrici ree di aver costretto cinque lavoratori ad accettare uno stipendio ridotto proponendo, come amara alternativa, la perdita del posto di lavoro e il mancato rinnovo del contratto.

Con la sentenza n. 28695 del 4 luglio 2013, infatti, la Cassazione ha respinto la linea difensiva delle due manager basata sulla necessità di tagliare i costi per far fronte alla crisi dell’azienda.

«La sottoscrizione delle buste – pur in assenza dell’effettivo pagamento delle somme in esse indicate – non era stato il frutto di minacce e della conseguente coartazione psicologica dei lavoratori, in quanto essa fu concordata con i dipendenti della ditta, per non far apparire lo stato di difficoltà economica della società poi acclarata con la sentenza di fallimento.»

La Suprema Corte , tuttavia, ha ritenuto infondate queste ragioni condannando le due imprenditrici per estorsione continuata.

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«Integra la minaccia costitutiva del delitto di estorsione la prospettazione da parte del datore di lavoro ai dipendenti, in un contesto di grave crisi occupazionale, della perdita del posto di lavoro per il caso in cui non accettino un trattamento economico inferiore a quello risultante dalle buste paga.»

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