Jobs Act e servizi per l’impiego: Regioni in rivolta

di Redazione PMI.it

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I progetti del Jobs Act promosso dal Governo per riorganizzare i servizi per l’impiego e creare un’Agenzia Unica non piacciono alle Regioni.

Il riordino dei servizi per l’impiego previsto dal Jobs Act, che prevede la nascita di una Agenzia Unica per le ispezioni del lavoro a partire da gennaio 2016 e integrando servizi INPS, Ministero del lavoro e INAIL, non piace alle Regioni.

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Protesta

Come ha affermato l’assessore al Lavoro della Regione Toscana, Gianfranco Simoncini, in veste di coordinatore dell’area Lavoro della Conferenza delle Regioni:

«Non siamo pregiudizialmente contrari a un’Agenzia nazionale per i servizi all’impiego: per noi essa deve definire gli standard, e deve essere affiancata da Agenzie regionali, radicate sul territorio che sviluppino i servizi. Questo pone un problema serio di investimenti. In Italia abbiamo un operatore di servizi pubblici all’impiego ogni 254 utenti, contro il rapporto 1 a 18 che contraddistingue ad esempio la Gran Bretagna.»

Risorse

Le Regioni, inoltre, mettono in evidenza come le risorse destinate ai servizi per il lavoro in Italia corrispondano solo allo 0,03% del PIL, con la conseguenza che più che investire nel potenziamento degli stessi servizi le amministrazioni locali devono finanziare interventi di politica passiva e sostenere la ricollocazione occupazionale dei lavoratori. Ha proseguito Simoncini:

«Ci sono poi problemi già nell’immediato: le Province hanno difficoltà ad arrivare alla fine dell’anno coi pagamenti degli oltre 7.000 dipendenti dei servizi per l’impiego. E lo stock di dipendenti, va detto, è in diminuzione perché nell’attuale assetto i centri per l’impiego gestiscono sia la formazione sia il lavoro, ma in vista di una separazione delle due competenze (le politiche attive per il lavoro tornerebbero al livello nazionale, la formazione professionale resterebbe alle Regioni, ndr) molti hanno optato già per la formazione.»