Jobs Act, impatto su occupazione e stipendi

di Barbara Weisz

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Spunti critici di Consulenti del Lavoro ed economisti sul Jobs act: se e come può creare lavoro, struttura stipendio e nuove regole su indeterminato e licenziamento.

Se le critiche e le proteste dei sindacati, e in parte anche delle imprese, erano attese, una bocciatura forse un po’ a sorpresa al Jobs Act arriva dai Consulenti del Lavoro: è la quarta Riforma del lavoro in poco più di due anni e, pur contenendo spunti positivi (ad esempio, eliminando la diversificazione fra imprenditori e professionisti), non è destinata a creare occupazione. L’analisi è contenuta nell’approfondimento della Fondazione Studi dello scorso 9 gennaio, mentre altri spunti critici arrivano da alcuni economisti di Lavoce.info: Marcello Esposito e Marco Leonardi propongono un calcolo sull’eventuale convenienza di un’azienda ad utilizzare la nuova flessibilità in uscita per sostituire lavoratori over 50 con giovani (contando da una parte l’indennizzo economico dovuto in caso di licenziamento illegittimo, e dall’altra il risparmio sullo stipendio del nuovo assunto, inserendo come variabile la produttività), rilevando come una struttura di salario crescente con l’anzianità sia poco sostenibile.

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Consulenti del lavoro

Il punto di partenza del ragionamento è il seguente: l’occupazione, per essere rilanciata, «necessita di affiancare alle buone norme, sostanziali e corposi interventi sull’economia», anche perché «è dal lavoro autonomo che nasce quello subordinato e non viceversa». In sostanza:

«Dalla legge Fornero di luglio 2012, passando per quella firmata Giovannini prima e Poletti poi, si arriva al Jobs Act ma non cambiano i presupposti di base. Le PMI assumono nuovi dipendenti solo dopo avere acquisito nuovo lavoro e non viceversa. Quindi, fin quando stenterà l’economia stagneranno (se non peggio) i livelli occupazionali».

Passando ad analizzare più nello specifico le misure previste dal Jobs Act, i consulenti del lavoro evidenziano che il contratto indeterminato a tutele crescenti, che potrebbe risultare economicamente più vantaggioso rispetto a quelli di cocopro e lavoro a termine, porterà probabilmente alla stabilizzazione di queste figure di lavoratori già occupati. Ma non si tratta di nuovi posti di lavoro, «perché non riguarderanno gli attuali disoccupati». Fra l’altro, il contratto a tutele crescenti è quasi più conveniente anche dell’apprendistato, e questo può determinare «il definitivo accantonamento di quello che per lungo tempo è stato il vero (se non l’unico) strumento in mano ai giovani per entrare nel mondo del laovro».

=> Jobs Act, guida al contratto indeterminato a tutele crescenti

In definitiva, un sistema sempre più incentrato sul lavoro a tempo indeterminato (come quello che si delinea) «va nella direzione opposta non solo delle esigenze di chi l’occupazione la crea; ma anche del volere espresso dall’Esecutivo». Qui si potrebbe in realtà inserire un’obiezione: il Governo e il legislatore hanno messo nero su bianco, nel disegno di legge delega, la volontà di fare diventare il contratto a tempo indeterminato la forma comune di rapporto di lavoro, quindi la norma va esattamente nella direzione voluta dal Governo. Infine, i Consulenti del Lavoro salutano invece

«Con positività l’accantonamento (definitivo?) della diversificazione tra imprenditori e professionisti, che ha caratterizzato decine e decine di norme penalizzanti per gli studi professionali, perennemente esclusi da benefici e agevolazioni». Altro spunto positivo, la prevista dimensione dell’indennizzo economico in caso di licenziamento illegittimo.

Per il resto, la conclusione è che si dovranno «attendere i tanto auspicati interventi a sostegno dell’economia, preparandoci per ora ad assistere alla mera stabilizzazione di lavoratori già occupati».

Economisti

Con il Jobs act, scrivono Esposito e Leonardi, «si è passati da un regime di tutela reale a un regime di tutela indennitaria», visto che (solo per le nuove assunzioni con contratto a tutele crescenti) il reintegro è stato abolito in gran parte dei casi, sostituito con un indennizzo monetario. Considerando che il lavoratore licenziato riceve una mensilità per ogni anno di anzianità, fino a un massimo di 18 mensilità, i due economisti calcolano «quale dovrebbe essere il risparmio sul costo del lavoro che giustificherebbe il licenziamento del lavoratore “anziano” e la sua sostituzione con uno più giovane e meno costoso».

Vengono inseriti due diversi parametri di produttività: nel primo caso, si presume che non ci sia differenza fra i due lavoratori, nel secondo si ipotizza invece che il più giovane abbia una produttività superiore del 10%. Ebbene, a pari produttività, tenendo conto che lo stipendio si alza con l’anzianità professionale, all’azienda conviene sostituire un 50enne con un giovane nel caso in cui quest’ultimo costi almeno il 7,07% in meno. Se il lavoratore anziano di anni ne ha 55, il giovane deve invece costare il 9,56% in meno, a 60 anni si sale sopra il 15%. La proiezione incamera anche il costo del licenziamento del lavoratore anziano, pari a 18 mensilità.

Se però si ipotizza che il lavoratore anziano sia meno produttivo del giovane di una percentuale pari al 10%, i numeri cambiano: se il lavoratore anziano ha 50 anni, il giovane risulta conveniente anche se costa il 2,93% in più. Se il collega ha 55 anni, il giovane può costare lo 0,44% in più, sopra i 60 anni, infine, il giovane deve invece costare il 5,62% in meno. Conclusione degli economisti:

«Il ragionamento mette in luce come, con il nuovo sistema di indennizzo monetario, non sia sostenibile la struttura di salario sempre crescente con l’età tipica dell’Italia, mentre in altri paesi il salario medio dei lavoratori inizia a calare verso i 45-50 anni, per tenere il passo con la produttività».

In Francia e in Germania lo stipendio inizia a scendere verso i 45 anni, in Italia succede il contrario. E questo mette a rischio al sostenibilità del sistema: in pratica, «se a un salario alto in età avanzata non corrisponde una produttività equivalente, i lavoratori anziani italiani sono a rischio licenziamento». Vale la pena di sottolineare (lo fanno anche i due economisti) che in Francia e in Germania gli stipendi medi sono comunque più alti che in Italia. (Fonti: approfondimento della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e analisi di Esposito e Leonardi su Lavoce.info)

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La riforma dell’articolo 18