Impugnazione licenziamento: i termini per andare in giudizio

di Barbara Weisz

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L'impugnazione del licenziamento va presentata in sede giudiziale entro 180 giorni dall'atto extragiudiziale, non dal 60esimo giorno successivo al licenziamento: sentenza di Cassazione.

Il termine per l’impugnazione del licenziamento in via giudiziale si conta a partire dall’atto extragiudiziale, e non dalla fine dei 60 giorni entro i quali è possibile l’impugnazione extragiudiziale: lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza 5717 del 20 marzo 2015. Il caso si riferisce a una vicenda accaduta quando ancora la legge prevedeva che il termine per andare in giudizio fosse di 270 giorni, mentre successivamente è intervenuta la Riforma del Lavoro Fornero del 2012 (articolo 1, comma 38, legge 92/2012) che ha limitato il periodo a 180 giorni.

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Il punto è da quando bisogna iniziare a calcolare questo periodo (che ora, appunto, è di 180 giorni). L’articolo 32 della legge 183/2010 prevede che il dipendente, nel caso in cui ritenga il licenziamento ingiustificato, debba impugnarlo in via extragiudiziale entro 60 giorni. Questo atto diventa inefficace se non è seguito dall’impugnazione del licenziamento in sede giudiziale entro un termine che ora, per effetto della Riforma del Lavoro Fornero, è di 180 giorni ma nel caso in esame era ancora a 270 giorni. Ebbene la Corte d’Appello aveva ritenuto legittimo il ricorso di una dipendente ritenendo che i 270 giorni dovessero conteggiarsi a partire dal 60esimo giorno successivo al licenziamento, interpretando quindi la legge in modo da considerare il termine complessivo per l’impugnazione licenziamento in via giudiziale pari a 330 giorni complessivi (270 + 60). Ebbene, la Cassazione ha stabilito che invece la decorrenza inizi dal giorno dell’atto di impugnazione extragiudiziale.

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L’Alta Corte argomenta questa conclusione anche in base all’evoluzione della norma, considerata precisa espressione della volontà del legislatore. Prima delle modifiche introdotte nel 2010, la legge prevedeva un periodo di cinque anni entro il quale era possibile presentare ricorso in via giudiziale. Il legislatore ritenne però che la durata di questo termine «lasciasse troppo a lungo incerta la posizione del datore di lavoro, sottoposto alla possibilità dell’ordine di reintegrazione da parte del giudice e della condanna a risarcire un danno che aumentava con il tracorrere del tempo», e quindi stabilì un termine più breve.

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Conclusione: il termine per compiere l’impugnazione giudiziale decorre da quello dell’impugnazione extragiudiziale, e non dalla fine dei 60 giorni. E l’esigenza di celerità indica anche che il termine «debba ricorrere dalla spedizione e non dalla ricezione dell’atto». (Fonte: sentenza 5717 Corte di Cassazione)