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Smart Working: stato dell’arte in Italia

di Cristiano Guarco

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Il “lavoro intelligente” incrementa la produttività per 27 miliardi risparmiandone 10 di costi fissi: numeri in Italia, strumenti e modelli organizzativi per concretizzare il Mobile & Smart Working.

L’adozione del telelavoro, della flessibilità e dei dispositivi mobili permette un guadagno incredibile in fatto di competitività, almeno in teoria. Nei fatti, il nostro Paese è in ritardo rispetto al resto dell’Europa, nonostante timidi segnali positivi: i telelavoratori sono aumentati dell’8%, con un’azienda su tre che entro il 2015 consentirà ai dipendenti di utilizzare smartphone, tablet e notebook a scopo lavorativo (dati “Osservatorio Smart Working“, School of Management del Politecnico di Milano).

I benefici

Aumento medio della produttività del 5,5% grazie al telelavoro, riduzione dello 0,5% delle trasferte grazie a web/video conference e device mobili, risparmi per l’azienda in costi diretti fino a 10 miliardi di euro: i benefici potenziali dello Smart Working sono dunque troppo importanti per non sviluppare subito un piano di interventi. I casi di successo dimostrano come nuovi approcci contribuiscano a creare un ambiente di lavoro efficace tanto per i lavoratori quanto per le aziende.

I modelli

“Per adottare un modello “smart” l’impresa deve ripensare le policy organizzative integrando la flessibilità di orario e di sede di lavoro, adeguando comportamenti, stili di leadership, layout di spazi, utilizzo delle tecnologie di comunicazione e collaborazione per creare relazioni professionali tra colleghi e figure esterne” spiega Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio.

I ritardi

C’è ancora da fare in Italia per l’adozione del telelavoro: siamo al 25° posto su 27 Paesi europei (classifica UE, 2005), complice forse anche una legislazione che pur contemplando il telelavoro dipendente non ha fornito strumenti e stimoli alla sua diffusione. Come sintetizza Corso, “alla base del gap italiano vi è una normativa pesante e restrittiva, una visione miope e rigida nelle relazioni industriali, una cultura del lavoro gerarchica, una grande presenza di imprese medio-piccole con modelli di lavoro ancora molto tradizionali”.

La flessibilità nell’orario di lavoro è concessa nel 25% delle PMI, e offerta solo nel 10% dei casi. Il telelavoro è diffuso nel 20% di queste ma concesso ai dipendenti solo nel 2% dei casi, un dato sconsolante. Nelle grande aziende, flessibilità e telelavoro sono rispettivamente il triplo e il doppio delle PMI. Il motivo è semplice: le policy sono più agili e c’è più attenzione all’innovazione al benessere del personale. La conseguenza diretta è una generale insoddisfazione dei lavoratori (1/3), ritenendo che il 40% delle proprie attività potrebbe essere svolto fuori ufficio. Quando invece  “cavalcare l’innovazione digitale è un passo necessario per colmare il gap fra le aspettative dei lavoratori e quello che le aziende offrono loro”.

Mobile & Smart Working

Il rapporto evidenzia comunque un trend importante: il 23% delle aziende permette l’uso di dispositivi personali per attività lavorative (BYOD). Per il 2015 si stima una crescita fino al 33%, con l’utilizzo di applicazioni personali fino al 26% rispetto all’attuale 15%. Un trend cui concorre la consumerizzazione di device e strumenti sempre più alla portata di tutti. Nel prossimo biennio il 71% delle grandi aziende prospetta un incremento di budget da destinare all’acquisto di nuovi dispositivi per i Mobile Workers e nuovi investimenti in Social Computing e Unified Communication & Collaboration.

I limiti culturali sono dunque superabili con la volontà comune di fare sistema a livello di distretti, settori di business e comparti produttivi, abbandonando un approccio mentale “individualista” vetusto e improduttivo. Tanto più che, grazie alle caratteristiche di portabilità, accessibilità e adattabilità, le tecnologie ICT rispondono oggi con efficacia alle nuove esigenze di lavoro abilitando i modelli di Smart Working. Non resta che adottarli.

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