La Commissione UE apre alla flessibilità di bilancio sul fronte del caro energia. L’esecutivo di Ursula von der Leyen riconosce agli Stati membri la facoltà di destinare agli investimenti energetici una quota della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità finora riservata alla difesa: fino allo 0,3% del PIL l’anno, con un tetto cumulato dello 0,6% nel triennio 2026-2028. Per l’Italia si tratta di margini compresi tra 6,5 e 7 miliardi annui, che sull’intero periodo possono avvicinarsi ai 13 miliardi.
Quanto vale la flessibilità UE per l’energia
Il meccanismo nasce dalla clausola di salvaguardia, lo strumento che consente agli Stati di scostarsi temporaneamente dai vincoli del Patto UE per le spese legate alla difesa, fino all’1,5% del PIL annuo nella finestra 2025-2028. Con la novità introdotta con il pacchetto di primavera del Semestre europeo – in presentazione il 3 giugno a Bruxelles – si allarga quel canale anche agli investimenti energetici, entro un sotto-limite dello 0,3% del PIL all’anno.
Per i Paesi che non hanno ancora attivato la clausola sulla difesa, come l’Italia, quello 0,3% va calcolato all’interno dell’1,5% complessivo; per chi ha già impegnato quel margine sulla sicurezza, la quota per l’energia si aggiunge.
La distribuzione nel tempo è flessibile. La mini-deroga per l’energia si muove entro la soglia dello 0,6% del PIL in termini cumulati prevista dal conto di controllo del Patto (limite oltre il quale uno scostamento fa scattare l’esame formale della Commissione). Un Governo può concentrare la spesa nel 2026 oppure spalmarla fino al 2028.
Tradotto in risorse, significa uno 0,3% annuo che equivale per l’Italia a circa 6,5-7 miliardi, mentre la soglia dello 0,6% porta il potenziale complessivo verso i 13 miliardi.
Investimenti energetici ammessi dalla clausola
La flessibilità copre la spesa per investimenti ma non i trasferimenti correnti. Bruxelles privilegia gli interventi che rafforzano la transizione e riducono la dipendenza dalle fonti fossili, in linea con la richiesta di misure mirate anziché generalizzate. In attesa di chiarimenti, dovrebbero rientrare nell’apertura gli investimenti collegati al sistema energetico:
- gli incentivi alle fonti rinnovabili, dal fotovoltaico all’eolico;
- il sostegno all’acquisto di veicoli elettrici e alle relative infrastrutture di ricarica;
- il potenziamento delle reti e dei sistemi di accumulo per stabilizzare l’offerta;
- gli interventi di efficienza energetica su edifici e cicli produttivi.
Diverso il caso del taglio accise sui carburanti, che non rientra in questo quadro di interventi.
Sconti e bonus fuori dall’intesa
L’apertura lascia dunque fuori la leva più sentita dai cittadini al momento. I sussidi generalizzati, dai tagli alle accise sui carburanti ai bonus in bolletta, non rientrano tra le spese ammesse, perché considerati a Bruxelles potenzialmente distorsivi sui prezzi e sull’inflazione. Su questo la Commissione UE ha trovato una sponda nel Consiglio, dove diversi ministri si erano opposti a una flessibilità usata per sostenere il consumo di combustibili fossili.
Per le famiglie il sostegno immediato dipende quindi ancora da strumenti nazionali come quelli del Decreto Bollette 2026 e come il contributo straordinario da 115 euro per i nuclei più vulnerabili.
La risposta UE alle richieste italiane
L’apertura arriva dopo settimane di pressing italiano. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva scritto a von der Leyen per chiedere di estendere all’energia la deroga prevista per la difesa, mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva portato la richiesta in Eurogruppo e in Ecofin, arrivando a condizionare l’attivazione della clausola sulla difesa a un’analoga apertura sull’energia.
La replica di Bruxelles prende forma negli atti del Semestre europeo e nelle raccomandazioni rivolte a tutti i Ventisette, dato che la facoltà riguarda l’intera UE e non la sola Italia.
Ad aprile la Commissione aveva respinto la richiesta di sospendere i vincoli e in autunno l’Italia aveva dovuto incassare il rinvio sui conti. La trattativa si è poi riaperta con il pacchetto UE contro il caro energia, fino all’intesa sulla mini-clausola.
Deficit al 3,1% e margini per la Manovra 2027
L’apertura non modifica il quadro dei conti pubblici. L’Italia chiude il 2025 con un deficit al 3,1% del PIL ed è tuttora sotto procedura per disavanzo eccessivo, con un percorso di rientro che fissa anno per anno il limite alla crescita della spesa netta. Né lo spazio per l’energia allenta quel vincolo: consente di contabilizzare gli investimenti ammessi fuori dal calcolo del deficit rilevante per la procedura ma senza ampliare la spesa corrente.
Ogni nuovo intervento dovrà rispettare le coperture concordate con Bruxelles, all’interno della cornice della Legge di Bilancio 2026 e in vista della prossima Manovra. Il margine energetico offre al Governo una leva aggiuntiva per gli investimenti, senza spostare l’asticella complessiva del rientro.
L’iter tra Ecofin e Consiglio europeo del 18-19 giugno
La raccomandazione della Commissione non sancisce ancora il via libera definitivo. La clausola nazionale di salvaguardia richiede una domanda formale dello Stato e una decisione del Consiglio, sulla base della valutazione dell’esecutivo UE. Il percorso proseguirà in sede di Ecofin e troverà un primo riscontro politico al Consiglio europeo del 18 e 19 giugno.
Vanno ancora definiti i contorni delle spese ammissibili e i tempi di utilizzo, che il Governo dovrà incardinare nei documenti di finanza pubblica. Per l’Italia la posta è la possibilità di finanziare la transizione energetica senza appesantire il deficit, in una fase segnata dalle tensioni sui mercati delle materie prime e dal rialzo del greggio legato alla crisi mediorientale.