Più di un euro su due investito nelle società quotate italiane appartiene a un investitore estero. Il capitale di Piazza Affari ha raggiunto 906,5 miliardi di euro, 144 miliardi in più rispetto ai 762,5 dell’anno precedente, e gli investitori stranieri ne detengono 462,8 miliardi, il 51,05% del totale. I numeri arrivano dal Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato le statistiche della Banca d’Italia sul valore delle partecipazioni detenute da ciascuna categoria di azionisti.
In sintesi:
- la capitalizzazione delle società quotate cresce del 18,89% in dodici mesi, uno degli incrementi più ampi degli ultimi anni;
- il valore delle società per azioni, quotate e non quotate, supera per la prima volta i 4.177 miliardi di euro;
- le famiglie italiane possiedono 1.894,8 miliardi di euro di partecipazioni, il 45,36% del capitale delle Spa;
- gli enti di previdenza sono l’unica categoria in calo, con quote scese da 596 a 537 milioni di euro.
Chi possiede il capitale di Piazza Affari
Il primo azionista delle società quotate italiane sono gli investitori esteri, con 462,8 miliardi di euro e una quota del 51,05%, davanti a imprese, banche e famiglie. La presenza straniera è superiore alla metà del listino per il secondo anno consecutivo.
Al secondo posto ci sono le imprese italiane, che detengono 142,8 miliardi pari al 15,76% del capitale, seguite dalle banche con 131,4 miliardi e il 14,49% e dalle famiglie con 99,7 miliardi e l’11%. Stato e Banca centrale arrivano a 50,3 miliardi, il 5,55%.
Gli investitori istituzionali occupano uno spazio marginale, ed è il dato che distingue il mercato italiano dai principali listini internazionali. Assicurazioni e fondi pensione valgono 14,4 miliardi, l’1,59% del capitale, gli enti locali 4,6 miliardi e gli enti di previdenza 537 milioni, lo 0,06%.
Valore in aumento per tutti e quote italiane in calo
Quasi tutte le categorie di azionisti italiani aumentano il valore delle proprie partecipazioni e allo stesso tempo perdono peso percentuale, perché il mercato cresce più in fretta dei loro investimenti.
Le banche portano le partecipazioni da 114,4 a 131,4 miliardi, con un incremento del 14,81%, e vedono la quota scendere dal 15,01% al 14,49%. Le famiglie salgono da 86,5 a 99,7 miliardi, più 15,26%, e passano dall’11,34% all’11%. Le uniche due categorie che guadagnano peso relativo sono le imprese, dal 15,15% al 15,76%, e il settore pubblico, dal 5,21% al 5,55% grazie alla crescita più rapida in assoluto, più 26,73%.
Lo stesso movimento tocca gli investitori esteri, che aumentano le partecipazioni di 73,6 miliardi senza spostare la propria incidenza: la quota straniera passa dal 51,04% al 51,05%. L’internazionalizzazione del listino, in altri termini, non è avanzata nell’ultimo anno, si è consolidata su un livello raggiunto in precedenza.
Come si sono mosse le quote in dodici mesi:
| Categoria di azionista | Quota sul capitale delle quotate |
|---|---|
| Investitori esteri | dal 51,04% al 51,05% |
| Imprese | dal 15,15% al 15,76% |
| Banche | dal 15,01% al 14,49% |
| Famiglie | dall’11,34% all’11,00% |
| Stato e Banca centrale | dal 5,21% al 5,55% |
| Assicurazioni e fondi pensione | dall’1,63% all’1,59% |
| Enti di previdenza | dallo 0,08% allo 0,06% |
Le famiglie primo azionista del capitalismo italiano
Fuori dal listino la gerarchia si capovolge. Nell’intero universo delle società per azioni, quotate e non, il primo azionista sono le famiglie, con 1.894,8 miliardi di euro e il 45,36% del capitale complessivo. Il valore totale delle Spa italiane ha raggiunto 4.177,4 miliardi di euro, in crescita di 352,5 miliardi rispetto ai 3.824,9 dell’anno precedente, più 9,22%. Gli investitori stranieri sono secondi con 886,3 miliardi e il 21,22%, seguiti dalle imprese con 609,8 miliardi e il 14,60% e dalle banche con 542,4 miliardi e il 12,98%.
Anche qui il movimento delle quote racconta più dei valori assoluti. Le famiglie crescono del 7,87% e arretrano dal 45,92% al 45,36%, le banche crescono del 9,02% e scendono dal 13,01% al 12,98%, mentre le imprese mettono a segno l’incremento privato più alto, più 14,45%, salendo dal 13,93% al 14,60%.
La fotografia che ne esce è di un capitalismo a doppia velocità, molto internazionale nella parte quotata e ancora largamente familiare in quella che resta fuori dai mercati regolamentati.
Un quinto del valore delle Spa italiane passa dal listino
La capitalizzazione di Borsa equivale al 21,7% del valore complessivo delle società per azioni italiane.
La percentuale indica quanta parte del capitale delle Spa è rappresentata da società quotate, non quante imprese siano approdate sul listino. L’aumento di questo rapporto nell’ultimo anno deriva soprattutto dal rialzo delle quotazioni, che ha spinto il valore delle quotate del 18,89% contro il 9,22% dell’intero sistema, e non da un’ondata di nuove ammissioni.
Per la platea di imprese che valutano se quotarsi in Borsa, un listino che si rivaluta segnala condizioni di mercato favorevoli per chi è già dentro, mentre l’ampliamento della platea degli emittenti dipende da fattori diversi, dai costi di accesso alla propensione degli imprenditori ad aprire il capitale.
Quattro anni di crescita e stabilità
Su un orizzonte di quattro anni il valore delle società quotate è passato da 506,8 a 906,5 miliardi di euro, con un incremento di 399,6 miliardi pari al 78,8%, mentre l’insieme delle Spa è cresciuto da 2.801,9 a 4.177,4 miliardi, più 49,1%.
Unimpresa fa coincidere questo orizzonte temporale con la legislatura in corso e il presidente Paolo Longobardi collega il risultato alla fiducia degli investitori e alla stabilità politica, indicando come obiettivo la traduzione della maggiore ricchezza finanziaria in investimenti produttivi, innovazione e occupazione.
Una premessa doverosa: il 2022 assunto come base fu l’anno segnato dall’impennata dell’inflazione, dalla stretta monetaria e dalle tensioni geopolitiche, con il listino in contrazione: assumere un minimo come punto di partenza amplifica meccanicamente la variazione percentuale calcolata sul periodo. Una parte della crescita registrata è recupero delle perdite di quell’anno, come riconosce l’analisi quando osserva che il mercato ha prima riassorbito la contrazione del 2022 e solo dopo è entrato in espansione.