Energia, la mappa dei rincari 2026: regioni e settori colpiti

di Teresa Barone

10 Marzo 2026 11:01

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Caro energia, la mappa dei rincari 2026: le regioni e i settori più colpiti Meta title: Caro energia 2026: quali settori e regioni pagano di più.

Se i rincari di gas ed elettricità registrati dopo l’attacco all’Iran dovessero stabilizzarsi su livelli strutturali, le imprese italiane si troverebbero a pagare quasi 10 miliardi di euro in più in bolletta nel 2026. È la stima dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che ha calcolato l’impatto scenario per scenario, regione per regione, settore per settore. Un dato che riguarda da vicino artigiani, PMI e imprese del terziario, già alle prese con costi energetici tra i più alti d’Europa.

Caro energia e gas: tutti i numeri in Italia

Le proiezioni della CGIA si basano su consumi stabili rispetto al 2024 e su un prezzo medio annuo dell’energia elettrica di 150 euro per MWh e del gas a 50 euro per MWh. Queste soglie riflettono i livelli raggiunti nei giorni successivi all’escalation militare: alla vigilia dell’attacco, il 27 febbraio, il gas scambiava a 32 euro/MWh e l’elettricità a 107,5 euro/MWh; nel giro di pochi giorni i valori sono saliti rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro, per poi assestarsi leggermente.

Lo scenario così costruito si tradurrebbe in un aggravio di 7,2 miliardi di euro per l’elettricità e di altri 2,6 miliardi per il gas, con una variazione complessiva del +13,5% rispetto al 2025. Il confronto con la crisi del 2022 — quando l’energia elettrica aveva toccato una media di 303 euro/MWh e il gas 123,5 euro — aiuta a inquadrare la gravità dello scenario attuale: i livelli sono ancora distanti da quei picchi, ma i margini delle imprese non si sono mai pienamente ripresi.

Le 5 regioni più colpite dai rincari

L’impatto non sarebbe uniforme sul territorio. Le regioni a maggiore densità produttiva e commerciale subirebbero i rincari più pesanti in valore assoluto:

  • la Lombardia registrerebbe l’aumento più alto, con quasi 2,3 miliardi di euro di costi aggiuntivi;
  • l’Emilia-Romagna seguirebbe con un incremento stimato di 1,2 miliardi;
  • il Veneto si collocherebbe al terzo posto con 1,1 miliardi di extracosto;
  • il Piemonte risulterebbe quarto per valore assoluto con 879 milioni, ma sarebbe la regione con la crescita percentuale più alta, pari a +13,8%;
  • la Toscana chiuderebbe la top 5 con un aumento di 670 milioni di euro.

Il Mezzogiorno, pur con valori assoluti inferiori, non sarebbe immune: la CGIA stima una crescita del +13,1% sui costi energetici delle imprese meridionali. Il Trentino-Alto Adige, grazie alla sua composizione produttiva, risulterebbe la regione meno esposta con un incremento stimato del +3,5%.

I settori più esposti sulle bollette elettriche

Sul fronte dell’elettricità, i comparti più vulnerabili sarebbero quelli con i consumi più intensi:

  • la metallurgia — acciaierie, fonderie, ferriere — accumulerebbe i rincari maggiori per unità produttiva;
  • il commercio — negozi, botteghe, centri commerciali — risentirebbe dell’aumento per la capillarità degli esercizi;
  • i servizi alla persona — lavanderie, parrucchieri, estetiste, cinema, teatri — subirebbero un colpo diretto sui costi fissi;
  • l’industria alimentare — pastifici, prosciuttifici, panifici, molini — pagherebbe rincari su processi produttivi continui ad alto consumo;
  • il settore alberghiero e della ristorazione sconterebbe l’aumento su macchinari, climatizzazione e cucine;
  • il trasporto e la logistica vedrebbero lievitare i costi di magazzino e dei depositi refrigerati;
  • la chimica risentirebbe in modo strutturale dell’incremento, per via dei processi elettrointensivi.

I comparti gasivori sotto pressione

Diversa la composizione del rischio per le imprese gasivore. Secondo la CGIA, i comparti più esposti sarebbero:

  • l’estrattivo — minerali metalliferi ferrosi e non ferrosi — dipende dal gas per il riscaldamento dei processi di estrazione e lavorazione;
  • la lavorazione e conservazione degli alimenti — carni, pesce, frutta, oli e grassi — utilizza il gas intensivamente nelle fasi di cottura, essiccazione e pastorizzazione;
  • il tessile e l’abbigliamento avrebbero ripercussioni sulle fasi di tintura, finissaggio e trattamento delle fibre;
  • la lavorazione di legno, carta, ceramica e plastica dipende dal gas per forni, essiccatoi e presse;
  • la meccanica industriale sconterebbe i rincari su saldatura, trattamento termico e processi di forgiatura;
  • la cantieristica navale risulterebbe tra i comparti più a rischio per via delle lavorazioni dei metalli e dei trattamenti superficiali.

I distretti produttivi nel mirino

La mappa dei distretti più esposti ai rincari energetici attraversa trasversalmente il tessuto manifatturiero italiano. La CGIA segnala tra le realtà più vulnerabili il distretto della ceramica di Sassuolo, la metallurgia di Brescia e Lumezzane, il cartario di Lucca, la seta e il tessile di Como e la siderurgia di Taranto. A rischio anche il polo petrolchimico di Sarroch in Sardegna. Si tratta in larga parte di realtà che già risentono di un differenziale di prezzo rispetto alla media europea, con le quotazioni del PUN italiano strutturalmente più alte di quelle di Francia e Germania.

Le misure chieste dalla CGIA

La CGIA individua un doppio livello di intervento. Nel breve periodo, l’associazione chiede all’Unione Europea di accelerare il disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’energia elettrica, per interrompere il meccanismo che trasmette automaticamente le tensioni sul gas alle bollette elettriche. Sul fronte nazionale, si invoca il ritorno a misure già sperimentate durante la crisi del 2022: bonus sociali rafforzati, taglio dell’IVA sull’energia e azzeramento degli oneri di sistema in bolletta.

Nel medio periodo, la CGIA propone una riforma strutturale della bolletta, spostando gli oneri di sistema dalla componente energetica alla fiscalità generale. L’obiettivo è ridurre il divario di prezzo che penalizza le imprese italiane rispetto ai concorrenti europei. Per le PMI che già scontano una pressione inflazionistica in risalita, l’indicazione è anche di valutare contratti a lungo termine con i fornitori e forme di acquisto aggregato tramite consorzi energetici, strumenti che possono garantire prezzi più stabili e ridurre l’esposizione alla volatilità dei mercati all’ingrosso.