Lo Stretto di Hormuz è chiuso. Attraverso quel corridoio di 54 chilometri passa il 30% del petrolio mondiale e il 25% del gas naturale liquefatto che rifornisce i mercati globali. Da quando le forze iraniane lo hanno bloccato il 1° marzo 2026, in risposta all’attacco di Stati Uniti e Israele, i prezzi dell’energia sono tornati a muoversi con la velocità e la violenza che l’Italia conosce bene dal 2022. In poche ore il Brent ha guadagnato oltre 13 punti percentuali, portandosi intorno a 82 dollari al barile. Il TTF, l’indice di riferimento europeo per il gas, ha segnato un balzo del 25% ad Amsterdam.
Per un Paese che importa il 75% del proprio fabbisogno energetico, il 90% del gas e il 95% del petrolio, questi numeri non restano sui monitor delle borse. Arrivano alla pompa di benzina, arrivano in bolletta, arrivano nelle fatture dei fornitori di materie prime. La domanda che si pone ogni imprenditore e ogni famiglia italiana in queste ore è la stessa: di quanto aumenterà la spesa energetica, e per quanto tempo?
Benzina e gasolio: i prezzi alla pompa dopo lo shock
Prima della crisi, i prezzi dei carburanti in tempo reale già registravano valori sostenuti: benzina self service intorno a 1,65-1,70 euro al litro nelle aree urbane, gasolio poco sotto. Con il Brent stabilizzato oltre gli 82 dollari nella prima seduta post-attacco, le stime degli analisti indicano una trasmissione diretta ai listini dei distributori nell’arco di 7-10 giorni lavorativi.
Un aspetto strutturale aggrava il quadro. Come documentato nell’analisi sui motivi per cui benzina e gasolio restano cari anche quando il petrolio scende, il meccanismo di trasmissione è asimmetrico: i rincari arrivano in anticipo rispetto ai cali. Raffinazione, stoccaggio, trasporto e distribuzione introducono un effetto ritardo che, nelle fasi di shock al rialzo, si traduce in prezzi alla pompa più alti rispetto a quelli che il solo prezzo del greggio giustificherebbe.
Con petrolio stabilmente sopra gli 80 dollari, le proiezioni convergono su questi ordini di grandezza:
- benzina self service, oltre 1,75 euro al litro nelle prossime settimane, con picchi sopra 2 euro in autostrada;
- gasolio, oltre 1,65 euro al litro, con impatto diretto su trasporti e logistica.
Per una famiglia media con due pieni al mese l’aggravio stimato è tra 300 e 400 euro su base annua rispetto ai livelli di febbraio 2026. Per flotte aziendali di 50 veicoli, il costo aggiuntivo tra 200.000 e 300.000 euro annui rispetto allo scenario pre-crisi.
Su tutto questo grava, nel medio periodo, il peso delle accise su gasolio e benzina: componenti fiscali fisse che non si riducono quando il petrolio scende, ma che nei momenti di rincaro amplificano il peso totale in bolletta di carburante.
Gas e bollette, TTF a +25%: le ricadute per le PMI
Il gas naturale è il combustibile che espone di più l’Italia ai mercati internazionali. La chiusura dello Stretto di Hormuz taglia una quota rilevante del GNL che alimenta i rigassificatori europei, e il mercato lo ha già prezzato: il TTF ha chiuso la prima seduta post-attacco intorno a 39,85 euro per megawattora, dai 31,88 euro di venerdì.
Il punto di partenza non era tranquillo. Secondo i dati dell’Osservatorio Confcommercio Energia riportati nell’analisi sui prezzi dell’energia 2026 per imprese, la bolletta elettrica media delle imprese del terziario era già superiore del 28,8% rispetto al 2019, e quella del gas del 70,4% nello stesso arco di tempo. La crisi in corso aggiunge pressione su un sistema che non aveva ancora recuperato i livelli pre-crisi del 2021-2022.
Le stime di Unimpresa indicano che un rincaro del 20% sulle materie prime energetiche si traduce in oltre 10 miliardi di euro di costo aggiuntivo annuo per il tessuto produttivo italiano, di cui 6 miliardi attribuibili al solo gas. Per le PMI manifatturiere l’ordine di grandezza è circa 6.000 euro di aggravio trimestrale sulla bolletta. Per i settori più energivori — chimica, ceramica, carta, agroalimentare — la voce energia può salire fino al 20% in più sui costi di produzione rispetto ai livelli di febbraio.
Sul fronte delle famiglie, il Decreto Bollette del 18 febbraio 2026 aveva appena introdotto il bonus ISEE fino a 25.000 euro e uno sconto sugli oneri ETS per le imprese. Misure pensate per un mercato energetico in leggera discesa: ora rischiano di essere vanificate nel giro di poche settimane se lo shock geopolitico si consolida.
Stretto di Hormuz, collo di bottiglia del mondo
Cinquantaquattro chilometri di larghezza al punto più stretto, tra la penisola arabica e le coste iraniane. Ogni giorno passano attraverso lo Stretto di Hormuz circa 17-21 milioni di barili di petrolio, principalmente dai giacimenti di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Iraq e Qatar. È anche la via obbligata per il 25% del GNL globale, buona parte del quale è destinato ai terminali di rigassificazione europei, inclusi i due rigassificatori italiani a largo di Piombino e Ravenna.
Non esistono alternative rapide. Il bypass via Yemen (oleodotto East-West attraverso l’Arabia Saudita fino al Mar Rosso) ha una capacità massima di 5 milioni di barili al giorno, insufficiente a compensare i volumi in transito. Un blocco prolungato dello Stretto — anche solo di 30-45 giorni — avrebbe effetti sull’approvvigionamento europeo che andrebbero ben oltre il rincaro dei prezzi spot.
Export italiano e catene di fornitura: i settori a rischio
L’impatto non si limita all’energia. L’Italia esporta circa 25 miliardi di euro annui nell’area mediorientale, il 4,1% del totale nazionale. I principali mercati di destinazione — Emirati, Arabia Saudita, Qatar — sono quelli più direttamente coinvolti dall’allargamento del conflitto. Secondo l’analisi di Confartigianato su 17 paesi colpiti da crisi geopolitiche attive, 61,4 miliardi di euro di export italiano sono esposti a rischi di interruzione o rallentamento.
Sul fronte delle importazioni, il 40,7% dell’import energetico italiano — circa 27,6 miliardi di euro — proviene da aree a elevata instabilità. Anche le materie prime derivate dal petrolio (plastiche, gomme, fertilizzanti) subiscono rincari a cascata che si trasmettono lungo tutta la filiera produttiva con un ritardo di 4-8 settimane.
Le spedizioni marittime e aeree segnalano già i primi rincari: +5-10% sui noli, con i vettori aerei che hanno sospeso o ridotto drasticamente le rotte verso il Golfo. ITA Airways ha sospeso i voli su Tel Aviv fino all’8 marzo e su Dubai fino al 4 marzo 2026.
quanto può risalire l’inflazione
Il Centro Studi Unimpresa stima che un aumento di 10 euro per megawattora sul gas e di 10 dollari al barile sul petrolio, se mantenuto per tre mesi, generi un incremento dell’inflazione annua tra 0,4 e 0,8 punti percentuali. Con il TTF che ha già guadagnato circa 8 euro rispetto ai livelli di fine febbraio e il Brent sopra gli 82 dollari, lo scenario si avvicina alla soglia critica.
L’inflazione core italiana si muoveva intorno all’1,7% a maggio 2025. Una fiammata energetica sostenuta potrebbe riportarla verso il 3% entro l’estate, vanificando due anni di disinflazione e rimettendo sotto pressione i margini delle piccole imprese, già compressi dai costi di produzione.
Cosa possono fare le imprese adesso
Sul fronte del gas, chi è ancora su contratti a prezzo variabile indicizzati al PSV ha un’esposizione diretta al rialzo. Le ultime valutazioni sui rincari ETS2 in arrivo dal 2027 suggeriscono comunque che il mercato del gas non tornerà ai livelli pre-crisi nel breve periodo: valutare la conversione a tariffe a prezzo fisso, anche a condizioni meno competitive rispetto a dicembre 2025, può ridurre l’esposizione ai picchi.
Sul fronte dei carburanti, per le aziende con flotte significative il monitoraggio sistematico dei prezzi tramite il portale MIMIT Osservaprezzi — aggiornato ogni mattina dalle 8.30 — consente di pianificare i rifornimenti nelle ore e nelle aree con prezzi più contenuti, riducendo il costo medio per litro anche in una fase di rialzo generalizzato.
Per le imprese che dipendono da materie prime petrolifere, l’anticipo degli ordini nelle prossime settimane — prima che i rincari del greggio si trasmettano completamente lungo la filiera — può attenuare l’impatto sui costi di produzione del secondo trimestre.
Dati aggiornati al 2 marzo 2026 sulla base degli andamenti di mercato registrati nelle prime ore successive all’inizio delle operazioni militari nel Golfo.