Estate infuocata per i server

di Paolo Iasevoli

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IBM mostra la "Live Partition Mobility" del suo nuovo processore Power6, mentre AMD inganna l'attesa per Barcelona con gli ultimi modelli Opteron per server

I produttori di CPU non vanno in vacanza e, anzi, scelgono il cuore della stagione estiva per presentare i loro ultimi gioielli.

Inizia AMD, che da poco ha brillantemente risolto i suoi problemi alla catena produttiva, ristabilendo la propra salute economica. Aspettando il prossimo prodotto di punta, il processore quad-core Barcelona, ha pensato di temporeggiare lanciando sul mercato ben 5 modelli di Opteron dual-core.

Di questi, 2 in particolare sono indirizzati alle imprese per l’utilizzo in server e workstation. Si tratta dell’Opteron 8224 SE e del 2224 SE, entrambi con una velocità di 3,2 Ghz e un prezzo rispettivamente di 2,149 e 873 dollari. La particolarità è la la tecnologia Direct Connect Architecture, in base alla quale il processore, il controller della memoria e l’unità I/O sono connessi direttamente alla CPU.

Inoltre, tutti i modelli utilizzano lo stesso socket che sarà utilizzato da Barcelona, per cui tutte le aziende che vogliano passare in un secondo momento alla CPU quad-core potranno farlo senza dover cambiare scheda madre.

E IBM? Non sta certo a guardare, e introduce una nuova funzione nel suo nuovo processore per server, il Power6 basato su Unix. L’occasione è il LinuxWorld, palcoscenico sul quale sono attualmente puntati tutti i riflettori del mondo informatico.

Nel corso della conferenza, Big Blue ha presentato la “Live Partition Mobility”, una funione di virtualizzazione che consente di trattare un parco macchine come un unico computer e, qui la novità, di spostare il lavoro da un server all’altro senza interromperlo.

Operando in un ambiente virtualizzato, Live Partition Mobility è in grado di copiare le pagine di memoria da una partizione all’altra in modo assolutamente trasparente rispetto al sistema operativo, che può essere AIX o Linux, del quale sono supportate molte distribuzioni, tra cui Novell SUSE e Red Hat. Il risultato, secondo i ricercatori di IBM, è l’eliminazione del downtime, e quindi di tutti i tempi morti che normalmente un processo del genere origina.