Digitalizzazione delle aziende? Ci vuole leadership non solo tecnologia

di Carlo Lavalle

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Una indagine di Capgemini Consulting e MIT fa luce sui cambiamenti digitali delle grandi aziende: alcune son restie ad accogliere le novità, altre no.

Due terzi delle grandi aziende nel mondo hanno grossi problemi nel gestire il processo di trasformazione digitale i cui due principali ostacoli sono rappresentati da competenze inadeguate e cultura. Solo un terzo in effetti riesce a rimodellare il proprio business attraverso le tecnologie digitali.

Riassumendo questa è la sintesi dell’approfondito studio intitolato “Digital Transformation: A Roadmap for Billion-Dollar Organizations” a cura di Capgemini Consulting in collaborazione con il MIT Center for Digital Business.

Gli autori della ricerca hanno intervistato 157 senior executive di 15 diversi Paesi appartenenti a imprese con un fatturato annuo di più di un miliardo di dollari. Il panorama descritto consegna alla riflessione il tema del modo in cui il processo di digitalizzazione aziendale va avanti anche se la sua corsa senza ostacoli è stata troppo enfatizzata stando ai dati che emergono.

Il vero obiettivo del rapporto è quello di cercare di valutare la maturità delle organizzazioni in termini di trasformazione digitale distinguendo le due dimensioni del che cosa e del come. Nella prima sono ricompresi gli elementi di cambiamento digitale implementati dalle aziende, quali investimenti nella customer experience, processi organizzativi e formazione della forza lavoro; in breve ciò che viene definità intensità digitale dell’organizzazione.

Nella seconda, si prende in considerazione la modalità di gestione dei mutamenti, valutata secondo project governance, coinvolgimento dei dipendenti e meccanismi di misurazione, vale a dire la cifra di trasformazione manageriale.
Nel loro insieme il cosa e il come costituiscono la maturità digitale di una impresa classificata in base a quattro livelli individuati dal combinato disposto di intensità digitale e trasformazione manageriale. In una posizione iniziale si trovano le aziende che stanno facendo molto poco nell’introduzione di tecnologia digitale benché utilizzino strimenti più tradizionali come Internet, email o ERP.

I manager alla loro testa sono generalmente scettici sull’apporto di valore commerciale dato dai cambiamenti digitali. In un secondo livello abbiamo imprese che adottano caratteristiche digitali (mobile, social media ecc.) per stare al passo con le novità non sempre con ricadute positive sullo sviluppo aziendale a causa di una visione poco chiara e coordinata e molto empirica. Nel terzo quadrante ci sono le società rappresentate uomini e donne adattatesi in modo saggio nel mondo digitale: qui i manager comprendono la necessità di una concezione unificante e di attività di coinvolgimento interno, capiscono dove l’azienda dovrebbe dirigersi e come affrontare le sfide digitali, ma non riescono spesso a dare l’impulso organizzativo per realizzare un programma ambizioso per via di una condotta troppo prudente.

Da ultimo, ad un quarto livello si collocano le imprese che sanno esattamente come trarre valore dalla rivoluzione digitale. Nei loro ambienti si è in grado di unire una visione condivisa orientata al cambiamento, un’attenta conduzione e il massimo impegno con investimenti sufficienti per cogliere le nuove opportunità. Attraverso una consapevole governance si può creare una cultura digitale adeguata per ulteriori e successivi cambiamenti incrementati con saggezza in modo da consolidare il vantaggio competitivo.

Secondo Didier Bonnet di Capgemini Consulting, co-autrice dello studio “la tecnologia digitale ha il potenziale per migliorare radicalmente possibilità e prestazioni aziendali, ma questa modificazione richiederà sia cambiamento organizzativo che innovazione tecnologica. La ricerca dimostra che mentre molti sono convinti del potere delle pratiche di business digitalizzate, il successo arriverà soltanto se si possiede visione strategica e leadership esercitata in vista di un coerente programma trasformazione”. Trasformazione che, come messo in luce nella stessa indagine, risponde alla sollecitazione di fattori esterni come la pressione della concorrenza e della clientela le cui mutevoli aspettative devono poter essere soddisfatte se si vuole restare all’altezza della competizione.