Ilva: in arrivo la cassa integrazione

di Andrea Barbieri Carones

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Ilva di Taranto: dal 19 novembre, circa 2mila lavoratori potrebbero entrare in cassa integrazione, nonostante il parere contrario dei sindacati.

I dirigenti dello stabilimento Ilva di Taranto hanno comunicato l’avvio delle procedura di cassa integrazione guadagni ordinaria per circa 2mila lavoratori. Un duro colpo per il personale che lavora nell’acciaieria più grande d’Italia (e fra le maggiori d’Europa) su cui aleggia la spada di Damocle della completa chiusura per rischi correlati con l’inquinamento ambientale.

Il comunicato ufficiale dell’azienda parla di una  misura presa “A causa del perdurare della crisi di mercato già registrata a partire dal primo trimestre dell’anno corrente, fronteggiata sino ad oggi attraverso il ricorso alle ferie e la ricollocazione degli esuberi in altre aree dello stabilimento“.

I vertici aziendali hanno specificato che la cassa integrazione avrà una durata di 13 settimane e che a nulla sono valsi gli incontri con i sindacati Fim, Fiom e Uilm che hanno chiesto (invano) di sospendere questo provvedimento in attesa di effettuare un secondo incontro nei prossimi giorni.

Sulla questione è intervenuto il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, che ha ricordato che appena partiranno gli investimenti per riqualificare gli impianti dello stabilimento Ilva, questi 2mila dipendenti potrebbero essere gradualmente riassorbiti in azienda.

Intanto, il titolare di questo dicastero ha convocato per venerdì i vertici Ilva per verificare che il percorso che sta compiendo l’azienda per il rispetto del piano attuativo dell’Aia stia procedendo secondo la legge. Nel caso dell’Ilva, l’Aia – l’Autorizzazione integrata ambientale – è un piano di investimenti per la messa a norma degli impianti di produzione che deriva dalla necessità di uniformarsi ai principi dettati dalla comunità europea sulla prevenzione e sulla riduzione integrate dell’inquinamento.

A tal proposito, il management dell’acciaieria e la proprietà – facente capo alla famiglia Riva – hanno chiesto il dissequestro degli impianti dell’area a caldo, chiusi dalla magistratura a causa di emissioni inquinanti giudicate oltre i limiti di legge. Il motivo principale di tale richiesta, come comunicato dal presidente Bruno Ferrante e dal direttore dello stabilimento Adolfo Buffo, va ricercato nell’impossibilità attuale di effettuare un piano industriale che contenga gli interventi fissati dall’Aia.