La pausa caffè legittima il licenziamento

di Teresa Barone

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Licenziamento per giusta causa anche se si è troppo dediti alla tradizionale pausa caffè, ma solo se rallenta il lavoro.

Anche la classica pausa caffè rappresenta una giusta causa di licenziamento, ma solo se l’assenza temporanea del dipendente è tale da rallentare il lavoro. Lo ha affermato una recente sentenza della Corte di Cassazione emessa nei confronti di un impiegato di banca.

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Sebbene non condannando a priori la pausa caffè, concessa dalla maggior parte dei datori di lavoro, la Suprema Corte ha tuttavia fissato alcuni limiti importanti. La vicenda riguarda un bancario licenziato per aver abbandonato il posto di lavoro al fine di recarsi al bar, e questo nonostante stesse svolgendo un’operazione finanziaria complessa.

A nulla sono valse le motivazioni del dipendente (condannato a pagare oltre 3500 euro di spese processuali)  contro questo provvedimento ritenuto troppo severo, ma comunque convalidato dalla Corte d’Appello di Caltanissetta.

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Secondo quanto affermato dalla Cassazione, inoltre, in questo caso si può parlare di licenziamento per giusta causa, bocciando completamente la linea difensiva del dipendente (quest’ultimo, infatti, aveva dichiarato di essersi allontanato solo perché vi erano altri sportelli operativi, convinto quindi di non recare disagio ai clienti).

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«Le giusta causa di licenziamento di un cassiere di banca, affidatario di somme anche rilevanti, deve essere apprezzata con riguardo non soltanto all’interesse patrimoniale della datrice di lavoro ma anche, sia pure indirettamente, alla potenziale lesione dell’interesse pubblico alla sana e prudente gestione del credito».

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