Quando il superlavoro nuoce alla salute del cuore

di Teresa Barone

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Ritmi di lavoro sostenuti possono causare crisi cardiache: una sentenza della Cassazione riconosce il legame tra infarto e stress professionale.

Ritmi di lavoro eccessivi possono danneggiare la salute del cuore. Una teoria ampiamente diffusa e ora confermata da una recente sentenza della Corte di Cassazione, che ha sancito l’esistenza di una stretta correlazione tra infarto e superlavoro.

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La Corte si è pronunciata lo scorso gennaio in merito alla vicenda di un lavoratore quarantenne colpito da infarto del miocardio e beneficiario di un risarcimento danni da parte dell’INAIL come indennità di invalidità temporanea, riconoscendo il legame di causa effetto tra il malessere e la mole di lavoro smaltita nei giorni immediatamente precedenti.

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Il superlavoro è stato infatti riconosciuto come fattore scatenante della crisi cardiaca, come si legge negli atti relativi allo svolgimento del processo: il CTU ha infatti indicato «la configurabilità dello stress lavorativo come “causa violenta” e del conseguente infarto come postumo di infortunio sul lavoro; il consulente ha, infatti, affermato che l’infarto del miocardio in soggetto predisposto – cioè già affetto da coronaropatia ostruttiva – può essere causato da fattori a vario titolo stressanti, cioè fortemente impegnativi sul piano fisico, psichico, emozionale, quale, nella specie, la progressione del superlavoro che ha raggiunto, nell’ultimo periodo, un’intensità tale da agire dall’esterno come fattore scatenante dell’infarto del miocardio.»

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