Risk manager, indispensabile ma di difficile collocazione

di Patrizia Godi

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Ormai sempre presente negli organigrammi di aziende estere di ogni dimensione, questa nuova professionalità fatica a trovare una propria collocazione nelle imprese italiane, che tendono a ricorrervi tramite l'outsourcing di servizi

La sua occupazione è gestire in azienda ogni tipo di rischio dagli scandali finanziari alle emergenze sanitarie, dalle catastrofi naturali ai black-out informatici ed energetici per arrivare alle minacce di natura terroristica. Se si verifica una di queste situazioni è sempre lui a occuparsene, il risk manager, ovvero il professionista che svolge, in una struttura pubblica o privata, un’attività inerente la gestione del rischio.

Il suo ruolo comporta l’individuazione e l’analisi dei rischi insiti nell’esercizio dell’attività aziendale. Ma ha anche il compito di portare i vertici societari a conoscenza della situazione, proponendo le soluzioni più opportune, realizzando (o contribuendo a realizzare) le politiche di gestione del rischio. Secondo quanto riportato da Labitalia, sito di informazione sul lavoro, il risk manager è una figura ancora poco conosciuta in Italia, ma è invece molto diffusa in tutto il resto del mondo. Nel nostro Paese, è presente solo nel 14% delle aziende (in massima parte grandi aziende), a differenza degli Stati Uniti dove l’80% delle imprese di tutte le dimensioni ha in organico un risk manager.

Da noi, nella grande maggioranza dei casi, questa figura professionale coincide con quella di un dipendente aziendale, che è inserito all’interno dell’organigramma di una grande impresa. Questo sembrerebbe legare la presenza del risk manager direttamente alle dimensioni dell’azienda. Ma la realtà dei fatti si dimostra piuttosto differente, in quanto, soprattutto negli ultimi periodi, anche le piccole e medie imprese hanno manifestato un crescente interesse verso l’operato del risk manager.

Molto probabilmente questo dipende dalla continua e promulgazione di leggi ed emissione di norme inerenti la sicurezza sui luoghi di lavoro. Non va però dimenticata la sempre più frequente esigenza di razionalizzare i programmi assicurativi aziendali a causa di una difficile situazione economica che si sta protraendo ben oltre ogni aspettativa.

Ed è proprio il fattore economico che spesso induce le realtà medio-piccole a mettere in atto attività di risk management ricorrendo all’operato di consulenti esterni. Risulterebbe, infatti, troppo oneroso l’impiego di una risorsa interna dedicata, con un preciso ruolo all’interno dell’organico aziendale.

Insomma, una cultura, quella della prevenzione, che si sta diffondendo con una certa inerzia e che quindi è ancora bel lontana dal raggiungere il massimo delle sue potenzialità. «Il nostro Paese non ha ancora sviluppato una corretta cultura della gestione del rischio a tutti i livelli – ha spiegato a Labitalia Roberto Bosco, presidente dell’Anra (Associazione Nazionale di Risk Manager e Responsabili di Assicurazioni Aziendali) e lui stesso risk manager di Mediaset -. C’è una carenza di referenti nelle amministrazioni locali e nelle piccole e medie imprese».

Il risk manager, infatti, risulta del tutto assente nella Pubblica Amministrazione e nelle piccole aziende e il confronto con l’estero ci vede in grosso ritardo. Basti pensare che attualmente in Gran Bretagna sono 1.200 i risk manager statali.