Dalla ripartizione alla capitalizzazione. La Germania prepara la revisione più profonda del suo sistema previdenziale dal dopoguerra e il disegno di legge arriva al Bundestag dopo la pausa estiva, con l’obiettivo dichiarato dal cancelliere Friedrich Merz di chiudere l’iter entro fine anno. Per l’Italia, dove la Riforma delle Pensioni è in agenda ma ferma da anni, il piano di Berlino apre un confronto scomodo: la stessa esigenza di reggere l’invecchiamento della popolazione senza scaricarne il costo sulle generazioni con carriere discontinue, affrontata con strumenti che il nostro sistema in parte possiede già.
In sintesi:
- la commissione sulla sicurezza previdenziale ha consegnato il 23 giugno 2026 un rapporto con 33 raccomandazioni, che il vertice di coalizione del 2 luglio ha deciso di recepire integralmente;
- il contributo per la pensione pubblica a capitalizzazione parte dal 2028 con scatti di 0,5 punti fino a 2 punti di retribuzione lorda, divisi a metà tra impresa e lavoratore;
- l’aliquota pensionistica tedesca è al 18,6% contro il 33% italiano, ripartito in 23,81% a carico del datore e 9,19% del lavoratore (Circolare INPS n. 6/2026);
- in Italia il TFR vale il 6,91% della retribuzione e dal 1° luglio 2026 confluisce in automatico nel fondo pensione per i neoassunti del settore privato.
- Il modello pensionistico tedesco a capitalizzazione
- Età pensionabile legata alla speranza di vita
- Il modello italiano a ripartizione
- Quanto vale il contributo del 2% in Italia
- Il TFR nel fondo pensione dal 1° luglio 2026
- Le critiche alla riforma pensioni tedesca
- Equità generazionale nella transizione
Il modello pensionistico tedesco a capitalizzazione
Il modello pensionistico tedesco affianca alla ripartizione un prelievo aggiuntivo di due punti percentuali sulla retribuzione lorda, sostenuto per metà dal datore di lavoro e per metà dal dipendente, che confluisce in conti individuali investiti sul mercato dei capitali. L’introduzione è graduale: si comincia nel 2028 con 0,5 punti e si arriva ai 2 punti pieni per scatti annuali, secondo la raccomandazione numero 28 del rapporto della commissione.
Il denaro finisce in un fondo pubblico con un prodotto di default e con la possibilità per l’iscritto di scegliere altre linee regolamentate. Il riferimento esplicito è il modello svedese della premiepension, non quello statunitense: negli Stati Uniti il pilastro pubblico è a ripartizione e la capitalizzazione è volontaria e privata. Secondo le stime della commissione, illustrate dalla professoressa Tabea Bucher-Koenen dello ZEW, un lavoratore con reddito medio otterrebbe circa 150 euro in più al mese dopo vent’anni di versamenti e oltre 770 euro dopo quarantacinque, ai prezzi del 2026.
La novità non alleggerisce la pressione contributiva ordinaria. Le proiezioni indicano comunque il salto dell’aliquota tedesca dal 18,6% attuale al 19,9% nel 2028: i due punti della componente a capitalizzazione si sommano a quel percorso.
Età pensionabile legata alla speranza di vita
Dal 2032 l’età pensionabile tedesca segue l’aspettativa di vita con un rapporto di due terzi: ogni anno guadagnato in longevità si traduce in otto mesi di lavoro in più e quattro mesi di pensione in più. Le simulazioni della commissione portano la soglia a 67 anni e mezzo nel 2041 e a 68 nel 2051.
Sparisce l’uscita senza penalizzazioni per chi ha 45 anni di contributi, mentre l’età minima per il pensionamento anticipato con riduzione dell’assegno sale da 63 a 64 anni. La platea dei contribuenti si allarga ai lavoratori autonomi privi di copertura professionale e ai parlamentari, con l’ipotesi di includere in prospettiva anche i dipendenti pubblici, oggi titolari di un trattamento pagato direttamente dallo Stato senza contribuzione.
È il capitolo che in Italia si scontra con il dibattito aperto sugli scatti legati alle aspettative di vita, dove la direzione politica prevalente va verso il congelamento anziché verso l’automatismo rafforzato.
Il modello italiano a ripartizione
Il sistema italiano funziona a ripartizione: le pensioni in pagamento sono finanziate con i contributi dei lavoratori attivi. Sul piano del calcolo, però, l’Italia applica dal 1996 una forma di capitalizzazione figurativa, perché i contributi versati formano un montante individuale che si rivaluta ogni anno al tasso di variazione media quinquennale del PIL nominale, secondo la legge n. 335/1995.
La differenza con Berlino è nel motore del rendimento. Il montante italiano cresce quanto cresce l’economia nazionale, non quanto rendono i mercati. Negli ultimi anni quel tasso ha dato 2,31% nel 2023, 3,66% nel 2024 e 4,04% nel 2025 (nota ISTAT prot. 1915604/2025), spinto però da un PIL nominale gonfiato dall’inflazione dell’8,1% del 2022 e del 5,5% del 2023. In una fase di crescita reale attorno allo 0,6-0,8% il meccanismo restituisce molto meno.
Sul fronte dei conti, il sistema regge. Il Tredicesimo Rapporto di Itinerari Previdenziali, presentato alla Camera il 14 gennaio 2026, indica per il 2024 un rapporto attivi/pensionati pari a 1,4758, il valore più alto della serie storica, con spesa previdenziale a 286,14 miliardi ed entrate contributive a 260,59 miliardi. Le tensioni sui conti pubblici riguardano l’assistenza più della previdenza. Sullo sfondo agisce la questione demografica, con il pensionamento dei boomer e una durata media dei trattamenti più lunga.
Quanto vale il contributo del 2% in Italia
Su una retribuzione media annua di 24.486 euro, che è il dato dell’Osservatorio INPS sui dipendenti privati per il 2024, un contributo del 2% vale 490 euro l’anno, di cui 245 trattenuti in busta paga e 245 a carico dell’impresa. La quota di TFR maturata sulla stessa retribuzione vale invece 1.692 euro l’anno, tre volte e mezzo tanto, ed è già interamente a carico del datore di lavoro.
| Voce su 24.486 euro di retribuzione | Importo annuo |
|---|---|
| Contributo IVS obbligatorio, 33% | 8.080 euro |
| Quota di TFR, 6,91% | 1.692 euro |
| Contributo tedesco a capitalizzazione, 2% | 490 euro |
Proiettando i due flussi su una carriera di quarant’anni, con retribuzione costante e un rendimento annuo del 4,8% pari alla media dei fondi negoziali italiani nel 2025, il contributo in stile tedesco produce un montante di circa 56.300 euro, la quota di TFR conferita ne produce circa 194.700 euro. Sono elaborazioni PMI.it su dati INPS e COVIP, con l’avvertenza che rendimenti costanti non esistono e che la sequenza dei mercati modifica il risultato.
Il confronto ha un limite da dichiarare: il TFR non è risparmio aggiuntivo, è retribuzione differita che il lavoratore ha già maturato. Conferirlo al fondo ne cambia il rendimento e la destinazione senza aumentare di un euro il risparmio previdenziale complessivo. I due punti tedeschi, al contrario, sono prelievo nuovo: riducono il netto in busta paga e alzano il costo del lavoro, e proprio per questo generano montante addizionale. La stima personalizzata sul proprio profilo si ottiene con il calcolo della pensione di PMI.it, che applica i coefficienti di trasformazione aggiornati.
Il TFR nel fondo pensione dal 1° luglio 2026
L’Italia ha scelto la strada opposta a quella tedesca: nessun nuovo prelievo, ma la riqualificazione di un flusso esistente. Dal 1° luglio 2026 i dipendenti privati di prima assunzione sono iscritti in automatico a un fondo pensione con il proprio TFR e hanno sessanta giorni per rinunciare, secondo l’art. 1 commi 204-205 della legge n. 199/2025 e la delibera COVIP del 19 giugno 2026. È l’adesione automatica al fondo pensione che ha sostituito il vecchio silenzio-assenso.
La leva funziona solo se il rendimento giustifica lo spostamento, e i numeri della Relazione annuale COVIP presentata il 10 giugno 2026 lo confermano: nel 2025 i fondi negoziali hanno reso il 4,8%, i comparti azionari tra il 7,5% e il 10%, contro l’1,9% della rivalutazione del TFR lasciato in azienda. Sul decennio 2015-2025 le linee azionarie hanno reso circa il doppio del TFR, mentre le linee garantite e obbligazionarie pure non hanno superato lo zero: il vantaggio dipende dal comparto scelto, non dal semplice conferimento. Il quadro completo è nei rendimenti dei fondi pensione del 2025.
Le critiche alla riforma pensioni tedesca
Il piano è contestato da entrambi i lati del tavolo, per ragioni opposte. Le associazioni datoriali obiettano che due punti di contribuzione in più aumentano il costo del lavoro in una fase di stagnazione industriale. I sindacati contestano il trasferimento del rischio di mercato sui lavoratori e l’abolizione dell’uscita senza penalizzazioni dopo 45 anni di contributi.
La critica tecnica più solida arriva dal WSI della Fondazione Hans Böckler, che giudica ottimistiche le ipotesi di rendimento della commissione: le serie storiche di lungo periodo indicano un rendimento reale globale dell’azionario intorno al 3,5% al lordo dei costi, sensibilmente inferiore alle proiezioni usate per stimare le rendite future. Anche l’associazione degli assicuratori tedeschi, pur favorevole alla capitalizzazione, contesta la concentrazione della gestione in una struttura pubblica, per il rischio che le scelte di investimento seguano obiettivi politici. Il precedente esiste: un consigliere economico del ministro delle Finanze ha già proposto di dirottare quelle risorse su progetti infrastrutturali.
Equità generazionale nella transizione
Il passaggio da un sistema all’altro presenta un conto doppio alla stessa generazione, che continua a finanziare le pensioni correnti e comincia contemporaneamente ad accantonare le proprie. È la coorte che incontra le maggiori difficoltà nel mercato del lavoro, con carriere frammentate e retribuzioni ferme.
Il paradosso è visibile in entrambi i paesi: uno strumento pensato per aumentare l’equità generazionale rischia di ridurla nella fase di avvio. La differenza tra i due modelli previdenziali è nella provvista: la Germania paga quel costo con risorse nuove, l’Italia lo affronta con risorse già presenti in busta paga, senza toccare un’aliquota contributiva che è la più alta dell’area euro.