Risparmio gestito: gli investimenti migliori ai tempi dello spread

di Barbara Weisz

scritto il

Gli strumenti finanziari più sicuri per il risparmiatore che vuole investire senza rischi recuperando l'inflazione in un contesto di crisi economica e tensioni su spread e rating.

Mettere i propri risparmi al sicuro dai rischi e dall’inflazione: la preoccupazione numero uno di ogni risparmiatore che però, in tempi di crisi economica e finanziaria, diventa difficile, difficilissimo: oggi bisogna prevedere le conseguenze sul proprio portafogli dell’altalenare dello spread e delle tensioni sui rating degli Stati sovrani, concetti ostici che, tuttavia, ormai tutti devono imparare a “masticare”, anche i piccoli imprenditori.

Le tensioni sul debito italiano stanno mettendo in discussione lo strumento finanziario tipico del “normale” risparmiatore, i titoli di stato, ma per fortuna le soluzioni non mancano.

Tanto per cominciare ci sono i titoli di stato indicizzati all’inflazione, e su questo fronte sono in arrivo importanti novità: in vista c’è l’emissione da parte del tesoro di un nuovo Btp indicizzato all’inflazione, con scadenza più breve degli attuali, e con caratteristiche tagliate pensando proprio al pubblico retail.

Altri strumenti sicuri, ma che non comportano alla fine una perdita di denaro, sono i conti deposito, da scegliere tenendo però presenti una serie di accorgimenti.

Oppure i buoni fruttiferi postali, indicizzati all’inflazione. O ancora i titoli di stato di altri Paesi. Cerchiamo di presentare nel dettaglio questi strumenti, valutandone punti forti e debolezze, e soprattutto fornendo indicazioni utili a capire di cosa si tratta e come è meglio maneggiarli a seconda delle diverse esigenze.

Titoli di stato a breve e lungo termine

Partiamo da una considerazione di fondo: l’abbassamento del rating, con addirittura la “retrocessione” in serie B, da parte di un’agenzia come Standard and Poor’s, il rischio di un altro taglio in vista, da parte di Fitch (di uno o due notch, secondo le attese), rende tecnicamente meno affidabili i bond italiani.

Non a caso, come più volte ricordato, i grandi investitori e i fondi pensione, davanti alla perdita della A, spesso sono tenuti per statuto a non investire in questi strumenti, o a disinvestire.
Ma, rating o non rating, dal punto di vista del risparmiatore il profilo di rischio di un investimento in titoli di stato sostanzialmente non cambia: i Bot e i Btp italiani restano un investimento sicuro.

L’unico rischio che un investitore che compra un titolo di stato italiano si prende è quello che fallisca l’Italia (un po’ come è successo all’Argentina negli anni passati), ma questo al momento pur nella situazione di difficoltà è uno scenario considerato altamente improbabile, anche dagli stessi analisti delle agenzie di rating che emettono giudizi pesanti sull’Italia.

Il problema semmai è un altro, e riguarda i tempi. Chi investe in titoli di stato a tre, cinque o dieci anni e che può permettersi di tenerseli fino alla scadenza, in realtà ha fatto un investimento non solo sicuro (come detto, l’unico rischio è un’improbabile insolvenza dell’Italia), ma anche con un rendimento certo.

Alla fine avrà guadagnato esattamente il tasso a cui ha acquistato il titolo (e se questo è più alto dell’inflazione, avrà valorizzato il capitale).

Al contrario, se l’investitore ha esigenze di smobilizzare l’investimento prima della scadenza, allora sì che le turbolenze che ultimamente riguardano anche il mercato dei titoli di stato rischia di trasformarsi in una perdita. I tassi negli ultimi mesi hanno presentato altalene non indifferenti. Alla fine del 2011 Bot e Btp hanno raggiunto rendimenti molto alti.

Pessima notizia per lo Stato, che non può certo continuare a finanziarsi a questi tassi perennemente, ma viceversa occasione di investimento per chi ha potuto comprare i titoli (magari approfittando dei Btp day) con questi rendimenti e può permettersi di tenerseli.

Quest’ultima è la considerazione più importante: l’occasione è ghiotta per chi può tenerseli. Se invece un investitore ha comprato al 7% un Btp a dieci anni, quel tasso lo guadagna integralmente solo se si tiene il relativo Btp fino alla scadenza. Se lo cede prima, sul mercato, perde la differenza. E se il risultato è inferiore all’inflazione, di fatto ha eroso parte del capitale.

In definitiva, l’investimento in titoli di stato deve valutare il rapporto fra rendimento e inflazione (un Bot al 4% è redditizio con un’inflazione al 2%, non lo è se l’indice dei prezzi al consumo sale oltre il rendimento, anzi oltre la differenza fra il rendimento e le varie spese, fisse e variabili, che l’investimento comporta). E deve anche tener conto della durata del titolo in relazione alle proprie capacità di risparmio.

I nuovi Btp indicizzati in arrivo

Il nuovo Btp indicizzato all’inflazione che il Tesoro sta preparando promette (poi bisognerà vedere i dettagli, è atteso per febbraio-marzo) di soddisfare proprio questo mix di esigenze. È indicizzato all’inflazione, quindi mette al sicuro il risparmiatore da questo fattore. Esistono già, e sono negoziati sul Mot di Borsa Italiana, altri titoli di stato (BTPi) indicizzati all’inflazione (della zona euro), ma con scadenze lunghe, superiori ai cinque anni (fino a 30 anni). Questo nuovo Btp invece avrà scadenze più brevi (anche se probabilmente pluriennali).

Ma la grande novità è un’altra: permetterà di risparmiare anche sui costi di negoziazione, perché per acquistarlo non sarà necessario passare dal conto titoli della banca: i risparmiatori potranno prenotarlo direttamente online. Maria Cannata, dirigente generale e capo direzione Debito pubblico del ministero dell’Economia e delle Finanze, nel corso di un’audizione al Senato ha spiegato che «il nuovo titolo è destinato al risparmiatore privato italiano e collocato direttamente online sulla piattaforma MoT della Borsa italiana».

In pratica, gli investitori potranno aderire all’offerta con le stesse modalità con cui ora prenotano o acquistano titoli passando attraverso la banca. Dunque, un prodotto tagliato su misura per chi vuole un investimento sicuro, che protegga il capitale almeno dall’inflazione, e che (sempre secondo le attese) prevede un lotto minimo di mille euro.

I titoli di stato stranieri

Un’altra opzione, sempre per chi non vuole correre particolari rischi ma trovare soluzioni che siano meglio del cosiddetto “materasso” (se uno fa un investimento che non recupera nemmeno l’inflazione, tanto vale tenersi la liquidità), può essere quella di puntare su titoli di stato stranieri a basso rischio, quindi ad esempio sui titoli europei. Il punto di riferimento, si sa, è il Bund tedesco, che però se da una parte assicura una notevole stabilità, dall’altra ha ormai rendimenti molto bassi. Ma anche la Germania offre bond indicizzati all’inflazione, come i Bund-ei, così come altri Paesi: ci sono, per citare i più comuni, gli OATEei francesi, i Gilt indicizzati inglesi, gli statunitensi Treasury Treasury Inflation-Protected Securities (Tips).

Quanto ai titoli di stato europei non indicizzati, molti esperti segnalano come al momento un’occasione potrebbe essere rappresentata di bond francesi, che malgrado la perdita della tripla A restano fra i più sicuri del mondo ma che riescono ancora a rendere intorno al 3%.

I buoni fruttiferi postali

Ci sono diverse tipologie di buoni fruttiferi postali (Bfp), che si differenziano per rendimento, che può essere fisso e variabile, e durata. Anche qui, dipende dalle esigenze dell’investitore (breve o lungo termine, eccetera). Uno strumento che soddisfa le esigenze di basso rischio e rendimento al riparo dall’inflazione è rappresentato dai buoni fruttiferi postali indicizzati. Garantiscono il recupero dell’indice dei prezzi sia sul capitale investito che sugli interessi e possono essere rimborsati in qualsiasi momento, ma nei primi 18 mesi gli interessi sono congelati (quindi se si riscattano in questo periodo si riceve solo il capitale investito).

I conti correnti e i conti deposito

In un periodo in cui è difficile fare scelte oculate di investimento per chi non è un addetto ai lavori (e forse anche per gli esperti), si è scatenata una notevole concorrenza fra banche sul fronte dei conti correnti e dei conti deposito. Le condizioni variano con le diverse offerte, bisogna valutare bene di volta in volta il prodotto: un conto corrente che offre un determinato tasso, magari interessante, per quanto tempo lo blocca? E quali sono le spese totali?

I conti deposito da quest’anno hanno il vantaggio di un ritenuta fiscale ridotta (è scesa al 20%, dal 27% praticato fino al 31 dicembre scorso). Anche qui, bisogna fare molta attenzione a sottrarre al rendimento (ci sono prodotti che offrono tassi superiori al 4%) le spese della ritenuta per vedere se veramente recuperano l’inflazione.
Per esempio, un tasso di rendimento lordo del 4% significa un netto intorno al 3,2%: se l’inflazione è superiore, l’investitore ha perso, se è inferiore ha guadagnato qualcosina. Anche qui, spesso ci sono condizioni che cambiano a seconda che si accetti o meno di vincolare il capitale o una parte di esso a un determinato periodo di tempo.

I Video di PMI