BOT e BTP rendono quasi il 4% per chi oggi vuole investire in titoli di Stato

di Anna Fabi

7 Aprile 2026 09:02

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BOT e BTP rendono di più nel 2026: il decennale si avvicina al 4% lordo. Opportunità e rischi per chi vuole investire nei titoli di Stato.

In poche settimane il mercato dei titoli di Stato italiani ha cambiato faccia. Il rendimento del BTP decennale, che a inizio 2026 oscillava intorno al 3,3% mentre lo spread BTP-Bund toccava i minimi dal 2008, ha subito una brusca inversione di rotta: il conflitto militare in Iran ha riportato il differenziale con i Bund tedeschi sopra quota 90 punti base e il rendimento del decennale a superare il 4% nelle giornate di massima tensione.

Conflitto in Iran detonatore sui mercati obbligazionari

Il 2 aprile 2026 lo spread BTP-Bund ha raggiunto 91 punti base, mentre il rendimento del BTP decennale guadagnava 12 punti base in una sola seduta, portandosi al 3,95%. Nelle sessioni di massima tensione il differenziale ha sfiorato quota 100 punti base e il rendimento ha superato il 4,10% — livelli che non si registravano da oltre due anni. Prima dell’escalation militare, lo spread oscillava intorno ai 60-61 punti base — minimo dal 2008 — e i mercati non scontavano alcun intervento della BCE entro fine anno.

L’operazione condotta da Stati Uniti e Israele ha ribaltato quello scenario in poche settimane: l’impennata dei prezzi dell’energia — con il Brent sopra i 107 dollari al barile e il Wti oltre i 105 dollari — ha rimesso in moto i timori inflazionistici, e i titoli di Stato europei hanno incorporato in tempo reale il nuovo rischio, con vendite diffuse su tutte le scadenze. Nelle ultime sedute il rendimento ha parzialmente ceduto terreno, riportandosi intorno al 3,8%, dopo che alcune indiscrezioni su una disponibilità iraniana alla trattativa hanno allentato la pressione sui mercati.

Inflazione sopra il 2,5%, la BCE cambia scenario

Con l’inflazione dell’Eurozona salita al 2,5% a marzo 2026 — sopra il target del 2% della BCE — e le aspettative sui prezzi in rialzo per effetto dello shock energetico, i mercati hanno riscritto in tempi rapidi le proprie scommesse sulla politica monetaria. Dagli zero rialzi previsti fino a metà febbraio, le attese si sono spostate prima a due aumenti dei tassi entro dicembre 2026, poi a tre nell’arco di una settimana di tensione massima. Anche il parziale allentamento dei giorni successivi ha lasciato sul campo un mutamento strutturale: i mercati non scontano più tagli, ma strette.

Il governatore di Banca d’Italia Fabio Panetta ha aggiunto un monito istituzionale, richiamando l’attenzione sullo spread e sui rischi per le condizioni di finanziamento del Paese. Sul mercato secondario, la prospettiva di tassi più alti si è tradotta in pressione sui prezzi dei titoli già in circolazione: chi detiene BTP a lunga scadenza acquistati nei mesi scorsi registra perdite in conto capitale, in attesa che la curva dei rendimenti si stabilizzi.

Doppio impatto sull’Italia tra dazi e spread

L’Italia si trova in una posizione più vulnerabile rispetto agli altri grandi Paesi europei per due ragioni convergenti. La prima riguarda i dazi americani: la tariffa globale al 15% imposta da Donald Trump il 24 febbraio — per 150 giorni, dopo un complesso percorso giudiziario che ha coinvolto la Corte Suprema statunitense — pesa su un settore manifatturiero tra i più esposti al mercato americano del continente. La seconda riguarda lo spread: nella fase di picco il differenziale BTP-Bund si è allargato più che in Francia — dove il decennale ha raggiunto il 3,75% — e in Spagna, con il Bonos al 3,55%.

Il rendimento del decennale italiano ha sfiorato il 4,10% contro il 3,04% del Bund nello stesso periodo: un differenziale che fotografa una percezione del rischio-Paese sistematicamente più alta per l’Italia. L’agenzia di rating S&P ha rivisto al ribasso le stime di crescita del PIL italiano a +0,4%, convergenza di più fattori avversi: export penalizzato, consumi ancora deboli, investimenti insufficienti a compensare la frenata della domanda estera.

Il costo del rialzo per le finanze pubbliche italiane

Il rialzo dei rendimenti ha conseguenze dirette sulla spesa per interessi dello Stato. Il MEF stima per il 2026 emissioni lorde tra 245 e 260 miliardi di euro, con emissioni nette tra 65 e 80 miliardi; a fine febbraio erano già stati collocati circa 67,5 miliardi a medio-lungo termine, pari al 20% del piano annuale. Il costo medio all’emissione, al 2,79% a fine febbraio, è destinato a salire nelle aste del secondo trimestre se la pressione sui rendimenti dovesse consolidarsi.

La vita media del debito — salita a 6,97 anni — attenua gli effetti nell’immediato, ma non li elimina sul medio termine: ogni aumento strutturale del rendimento sulle nuove emissioni si moltiplica su una massa di debito che richiede un rifinanziamento continuo. Le aste di marzo hanno già confermato che gli investitori istituzionali chiedono rendimenti più alti allo Stato italiano per acquistare il debito, segnale di un mercato che non è tornato alla fase di compressione degli spread.

Le aste di aprile e il monitoraggio del rating

Ad aprile 2026, il Tesoro prosegue con il calendario ordinario delle emissioni:

  • il 9 aprile si tiene un’asta BOT, con regolamento fissato all’11 aprile;
  • il 10 aprile è in programma un collocamento a medio-lungo termine con BTP su più scadenze;
  • il 24 aprile sono previste un’asta BTP Short Term e un’asta BTP€i indicizzati all’inflazione europea;
  • il 28 aprile torna il collocamento BOT;
  • il 29 aprile c’è l’ultima asta a medio-lungo termine del mese.

Non sono previste emissioni retail dedicate — come BTP Valore o BTP Italia — in questo mese.

In parallelo, i mercati attendono la pronuncia di Moody’s sul rating sovrano italiano, test atteso in un momento in cui lo spread, pur ritiratosi dal picco di 100 punti base, rimane su livelli quasi doppi rispetto ai minimi di inizio anno. Il verdetto dell’agenzia americana rappresenta uno dei principali catalizzatori di volatilità a breve termine sul mercato secondario italiano.

BTP tra rendimenti alti e volatilità elevata

Un BTP decennale che rende tra il 3,8% e il 3,9% lordo — con picchi oltre il 4,10% nelle sedute di massima tensione — offre un profilo cedolare più interessante rispetto ai livelli di inizio 2026. La tassazione agevolata al 12,5% sulle cedole e l’esclusione dal calcolo ISEE fino a 50.000 euro per nucleo familiare restano invariati e rappresentano vantaggi strutturali rispetto ad altri strumenti comparabili per profilo di rischio.

Per chi ha un orizzonte di lungo periodo e può tollerare la volatilità fino alla scadenza, acquistare BTP in questa fase significa fissare rendimenti lordi strutturalmente più alti di quelli disponibili nei mesi scorsi.

Il BTP Valore marzo 2026 — collocato con spread BTP-Bund a 61 punti base e tassi definitivi fissati al 2,60%-3,20%-3,80%, — incorpora oggi una perdita in conto capitale sul mercato secondario per effetto dell’ampliamento dello spread nelle settimane successive. Chi lo detiene fino alla scadenza del 10 marzo 2032 non subisce alcun impatto sul rendimento cedolare, che resta fisso; chi dovesse liquidarlo anticipatamente si troverebbe a farlo a prezzi inferiori rispetto al collocamento.