Lo scontro sul taglio dell’Irpef per il ceto medio, previsto nella Legge di Bilancio 2026, è esploso in questi giorni con dichiarazioni molto forti. Da un lato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha ribadito che l’intervento è destinato a «chi guadagna delle cifre ragionevoli», ritenendo di essere «nel giusto» nonostante le critiche. Dall’altro, Maurizio Landini ha accostato l’intervento a uno schiaffo ai lavoratori, parlando di «italiani massacrati» e rilanciando la mobilitazione sindacale.
Il taglio Irpef che alimenta la polemica
La manovra introduce una riduzione dell’aliquota Irpef al 33% per i redditi compresi tra 28 000 e 50 000 € annui, rispetto al 35% attuale. Il ministro Giorgetti ha dichiarato che con questa misura il governo ha «coperto anche la fascia fino a 50 000 €» dopo aver già agito sui redditi inferiori a 35 000 €. Ha inoltre sottolineato che «chi guadagna 45 000 € lordi all’anno non è ricco», contestando l’interpretazione dell’istituto statistico e della Banca d’Italia. Landini ha replicato citando dati secondo cui il beneficio reale sarà molto ridotto per la fascia bassa (circa 30 € in più all’anno per un reddito di 30.000 €), e più consistente solo per redditi molto più elevati (circa 440 € per chi guadagna ~199.000 €). Ha sostenuto che l’intervento «beneficerà per l’85% le famiglie più ricche della fascia interessata», sollevando dubbi sull’equità della misura.
Governo: incentivo al ceto medio
Giorgetti ha difeso l’impianto della manovra sottolineando due elementi: da un lato, il rigore nel rispetto delle regole europee e della sostenibilità del debito pubblico; dall’altro, la scelta di puntare sul ceto medio italiano come classe produttiva da rafforzare. Ha evidenziato che il taglio Irpef non è l’unica misura: è stato confermato il taglio del cuneo contributivo e sono previste misure a favore dell’innovazione e degli investimenti.
CGIL: lacune sull’impatto reale
Landini ha contestato l’intervento mettendo al centro la questione salariale e del potere d’acquisto: «È il momento che la gente si rivolti – ha detto – deve dire basta». Ha anche collegato il tema Fisco a quello dei salari stagnanti e della responsabilità delle classi dirigenti. La CGIL ha indicato lo sciopero generale del 12 dicembre come strumento di pressione per “cambiare una manovra sbagliata”.
Perché è un dibattito cruciale
Il confronto non riguarda solo i numeri ma anche la strategia economica e sociale del Paese: la riduzione Irpef è vista come leva per rafforzare il ruolo del lavoro e della produttività interna. Ma l’opposizione avverte che se il beneficio è troppo modesto rispetto alle attese, l’effetto sul potere d’acquisto sarà scarso e si rischia una perdita di consenso. Per le imprese, poi, la misura diventa parte del contesto fiscale in cui operano e può influenzare dinamiche di contrattazione, costi del lavoro e piani di investimento.
La manovra è attualmente all’esame del Parlamento: i partiti presenteranno emendamenti entro le prossime settimane e il governo è già pronto a valutare modifiche in sede parlamentare, anche se conferma la linea del rigore. È attesa una stretta interlocuzione tra sindacati e maggioranza sulle misure sul lavoro e sul salario minimo, in vista della mobilitazione annunciata.