Il tema della tassa patrimoniale torna al centro del dibattito politico dopo la proposta del segretario generale della CGIL Maurizio Landini, che ha collegato l’iniziativa allo sciopero generale proclamato per il 12 dicembre contro la Manovra 2026. Landini ha proposto di introdurre un “contributo di solidarietà” dell’1% sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro, sostenendo che una misura del genere “riguarderebbe solo l’1% degli italiani”, circa 500 mila persone, e garantirebbe 26 miliardi di euro da destinare a sanità, scuola e salari.
La proposta: chi sarebbe colpito e per quali obiettivi
Secondo la CGIL, il prelievo verrebbe applicato sui patrimoni netti — e non sui redditi — superiori a 2 milioni di euro. Si tratterebbe dunque di una imposta sulla ricchezza complessiva, che includerebbe case, conti correnti, titoli, azioni, fondi e beni di valore come auto di lusso o imbarcazioni. L’obiettivo dichiarato è redistribuire parte della ricchezza per finanziare i servizi pubblici e rafforzare il welfare in un momento di tensione sociale.
Landini ha difeso la misura come un contributo “di equità”, non una penalizzazione dei risparmiatori. “Non stiamo parlando di una tassa generalizzata, ma di un piccolo prelievo su chi possiede molto, per migliorare la vita di chi non ha nulla”, ha spiegato il segretario nel corso di un intervento pubblico. La proposta della CGIL, tuttavia, riapre un tema che in Italia torna ciclicamente e che storicamente spacca il Paese lungo la linea ideologica tra sinistra e centrodestra.
La replica di Meloni: “Mai tasse sui patrimoni degli italiani”
La risposta politica è arrivata rapidamente. In un messaggio pubblicato su X, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiuso la porta a ogni ipotesi di imposta patrimoniale. “Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra. Con la destra al governo non vedranno mai la luce”, ha scritto il premier, ribadendo che l’esecutivo non introdurrà nuove tasse che colpiscano la ricchezza privata o il risparmio degli italiani. Una linea di continuità con la posizione del centrodestra, storicamente contraria a ogni forma di prelievo sul patrimonio.
Patrimoniale: che cos’è e come funziona
La patrimoniale, in Italia, è un argomento che torna a ogni stagione di crisi o di bilancio, ma che non trova mai spazio concreto nelle politiche fiscali. Ogni volta, il dibattito si riaccende come scontro simbolico più che tecnico: da un lato chi la considera uno strumento di redistribuzione, dall’altro chi la ritiene una tassa ideologica che punisce il risparmio.
La patrimoniale è una imposta sulla ricchezza, distinta da quella sui redditi. A differenza dell’IRPEF, che colpisce i guadagni percepiti in un determinato periodo, la patrimoniale è calcolata sul valore complessivo dei beni posseduti.
In Italia ne esistono già alcune forme parziali, come l’IMU sulle seconde case e l’imposta di bollo dello 0,2% sui conti deposito. Può essere ricorrente (prelevata ogni anno) oppure straordinaria, come accadde nel 1992 con il prelievo forzoso del sei per mille sui conti correnti deciso dal governo Amato per evitare la crisi finanziaria.
L’uscita di Landini riporta la questione al centro della scena, ma la posizione del governo sembra lasciare poco spazio a margini di trattativa.
Le critiche degli economisti
L’ipotesi avanzata dalla CGIL ha suscitato reazioni anche nel mondo accademico. L’economista Carlo Cottarelli ha definito la proposta “ingiusta e poco opportuna”, osservando che “la ricchezza è spesso frutto di risparmio, quindi di redditi già tassati”. In situazioni di emergenza, ha scritto sul Corriere della Sera, un prelievo di questo tipo può essere considerato, “ma oggi l’Italia non è in una crisi tale da giustificarlo”. Secondo Cottarelli, sarebbe più coerente intervenire su “un aumento delle aliquote sui redditi più alti”, piuttosto che introdurre una patrimoniale generalizzata.
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Gli esempi europei
In Europa, forme di patrimoniale sono presenti in diversi Paesi. In Norvegia si applica l’1,1% sui patrimoni superiori a 150 mila euro, in Spagna l’imposta è progressiva e varia dall’1,7% per chi possiede oltre 3 milioni fino al 3,5% oltre i 10 milioni. In Francia il dibattito si è riacceso con la proposta dell’economista Gabriel Zucman, che prevede un prelievo del 2% sui patrimoni oltre i 100 milioni di euro. L’iniziativa, sostenuta dalla sinistra francese, è stata però bocciata a fine ottobre dal Parlamento di Parigi.